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Infuria la guerra delle petroliere: come gli Usa colpiscono la “flotta ombra” della Russia

Con il sequestro della Olina salgono a cinque le navi fermate nelle operazioni Usa. Nel mirino i traffici di greggio sanzionato tra Venezuela, Iran e Asia, in una strategia che unisce pressione militare ed energetica

Infuria la guerra delle petroliere: come gli Usa colpiscono la “flotta ombra” della Russia

Con l'abbordaggio della petroliera M/T Olina, battente bandiera di Timor Est e in precedenza nota con il nome di Minerva M, sale a cinque il numero delle navi appartenenti alla “Flotta ombra” catturate dagli Stati Uniti, che hanno dichiarato guerra al contrabbando di petrolio che, nella triangolazione Venezuela-Russia-Iran, aggira le sanzioni imposte dagli occidentali e fa da sfondo alle principali crisi internazionali degli ultimi anni.

Dal Mar dei Caraibi fino al Mar Nero, la “Flotta ombra” che viene attribuita a Mosca ma collega gli interessi di Teheran, Caracas e Pechino, è diventata obiettivo comune di Stati Uniti e Ucraina, che per motivi diversi ma coincidenti vogliono inibire il traffico di greggio che continua a vagare sulle rotte globali su navi fantasma, che battono falsa bandiera e cambiano nome all’occorrenza.

Dopo il blitz di Caracas, che ha destituito il presidente Nicolás Maduro appoggiandosi su accuse legate al narcotraffico, e non al contrabbando di petrolio, gli Stati Uniti guidati dall'agguerrita amministrazione Trump hanno intensificato in modo significativo le operazioni di interdizione marittima contro il traffico di petrolio da e verso il Venezuela, portando la pressione militare e politica su un piano apertamente globale che minaccia ritorsioni da parte delle potenze che verranno toccate, direttamente e indirettamente, da queste azioni di forza, bollate da molti come evidenti atti di “pirateria”.

Cinque "pedine" della flotta fantasma

Nella giornata di venerdì, un altro team delle forze speciali statunitensi ha abbordato e sequestrato nel Mar dei Caraibi la petroliera Olina, anch'essa esposta alle sanzioni imposte dagli americani e sospettata di far parte della cosiddetta “flotta fantasma” utilizzata per continuare a contrabbandare il greggio di Caracas. Negli scorsi giorni altre tre petroliere: la M/T Sophia, battente bandiera panamense ma che batteva falsamente bandiera del Camerun; la petroliera Marinera, prima conosciuta anche con il nome di Bella 1, battente bandiera della Guyana, a lungo braccata nell’Atlantico settentrionale e catturata mentre batteva bandiera russa; la petroliera M/T Skipper, anch’essa battente bandiera della Guyana ma di proprietà iraniana, abbordata dalle forze speciali americane al largo del Venezuela all’inizio di dicembre; e la Centuries, che batteva bandiera panamense ed è stata sequestrata mentre era ormeggiata al largo di Houston, in Texas, sempre nel dicembre 2025.

Per comprendere il valore di una simile cattura, basta considerare ciò che si è stimato contenesse l'Olina: 707.000 barili di petrolio, che all'attuale prezzo di mercato di circa 60 dollari al barile equivalgono a 42 milioni di dollari. Nel complesso le navi catturate dagli USA potrebbero contenere quasi 9 milioni di barili di petrolio.

Attualmente sono 15 le petroliere che hanno lasciato il Venezuela senza l'approvazione delle autorità; la maggior parte di esse è carica di petrolio e sembra siano tutte decise a eludere il blocco imposto dalla Marina degli Stati Uniti per raggiungere l'Africa e l'Europa. Se ci basiamo sulla postura assunta dalla Casa Bianca negli ultimi giorni, possiamo desumere che altri abbordaggi coordinati potrebbero verificarsi nell'Atlantico o direttamente nelle acque caraibiche – dove è ancora presente il possente dispositivo militare statunitense – prendendo di mira altre navi associate alla “flotta fantasma” che l'intelligence militare di Kiev, in guerra aperta con la Russia, sta invece bersagliando e sabotando nel Mediterraneo e nel Mar Nero. L'Ucraina, che ha accolto “con favore l'azione costante e determinata degli Stati Uniti contro le petroliere illegali, inclusa la confisca della Olina”, ha condotto negli scorsi giorni uno dei suoi attacchi con droni marittimi colpendo la petroliera Elbus, battente bandiera di Palau.

La guerra delle petroliere sul piano economico e geopolitico

Come è noto, questa guerra aperta alle petroliere incide pesantemente sul piano economico e geopolitico, dato che le operazioni di interdizione navale si intrecciano a diversi livelli con tensioni e crisi internazionali. Mosca e Pechino hanno denunciato le azioni statunitensi come “arbitrarie” e in “violazione del diritto internazionale e della libertà di navigazione”.

Mosca, che aveva inviato un sottomarino nell’Atlantico per scortare la Marinera, ha condannato duramente il sequestro della ex Bella 1, che ha lasciato la bandiera della Guyana per esibire il tricolore russo, sostenendo che “nessuno Stato ha il diritto di usare la forza contro navi correttamente registrate nelle giurisdizioni di altre nazioni”, ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. Un trattato che gli Stati Uniti però non hanno firmato.

Da Washington, il presidente americano Donald Trump, alla ricerca di un accordo con Caracas ora che ha “eliminato” la leadership di Maduro, accordo che intende accoppiare e potenziare la produzione e la distribuzione di petrolio di Usa e Venezuela, si è limitato a dichiarare che l'America si sta “riprendendo ciò che le è stato tolto”, annunciando che big oil investirà “almeno 100 miliardi di dollari” nel Paese sudamericano, e invitando Pechino e Mosca a “comprare il petrolio” dagli Stati Uniti, che sono “pronti a fare business”.

Ciò rende evidente quanto questa guerra delle petroliere sia uno strumento di pressione strategica. Una pressione che riguarda Mosca, ma soprattutto Pechino, dato che il Paese asiatico è stato il principale acquirente del petrolio venezuelano nell'ultimo decennio.

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