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I dubbi del generale e le pressioni di Vance: così Trump ha dato l’ok all’attacco

Il presidente Usa avrebbe valutato a lungo l’opzione militare e si sarebbe convinto dopo il fallimento dell’ultimo round diplomatico con Teheran

I dubbi del generale e le pressioni di Vance: così Trump ha dato l’ok all’attacco
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L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran è stato confermato dal presidente americano Donald Trump in un annuncio pronunciato non dalla Casa Bianca ma da Mar-a-Lago, il club esclusivo del tycoon in Florida, “Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce più gravi provenienti dal regime iraniano”, ha detto in il commander in chief in un messaggio trasmesso poco dopo il suo atterraggio al Palm Beach International Airport. Nelle scorse settimane le ricostruzioni fornite dai media Usa hanno restituito l’immagine di un presidente incerto sul da farsi, circondato da consiglieri politici e militari che si sono divisi sull’opportunità di approvare quella che potrebbe essere la missione definitiva contro la Repubblica Islamica.

A guidare il gruppo degli scettici alla vigilia dell’intervento militare è stato il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto Usa, che avrebbe espresso a Trump le sue perplessità in un incontro avvenuto la scorsa settimana. Secondo fonti consultate dal Washington Post, Caine avrebbe avvertito il presidente e altri funzionari dell’amministrazione repubblicana che la carenza di munizioni e la mancanza di supporto da parte degli alleati rappresentano dei rischi significativi per l’operazione contro Teheran e per il personale statunitense.

Il generale americano più alto in grado, tra i preferiti di The Donald (e che ha appoggiato il precedente intervento in Iran e l’estrazione in Venezuela di Maduro ad inizio anno), ha sottolineato che le scorte di munizioni Usa sono state ridotte in maniera significativa a causa della continua difesa di Israele e del sostegno all’Ucraina. In altri meeting avvenuti questo mese al Pentagono, Caine ha inoltre manifestato la sua preoccupazione per la portata di un’eventuale campagna contro il regime islamico, la sua intrinseca complessità e la possibilità di perdite per gli Stati Uniti.

Trump ha risposto alle indiscrezioni dei media affermando che è “al 100% sbagliato” affermare che Caine è contrario alla nostra guerra con l’Iran. The Donald ha poi precisato che il generale non vorrebbe assistere ad uno scontro militare con l’Iran ma se dovesse accadere “è sua opinione che sarà una vittoria facile”.

All’incontro alla Casa Bianca in cui Caine avrebbe espresso le sue riserve e di cui ha dato conto il Washington Post erano presenti il vicepresidente J.D. Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della Cia John Ratcliffe, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il consigliere Stephen Miller. Tra i membri della squadra Usa, a pendere maggiormente verso l’idea di un’operazione in Iran sarebbe stato Vance, come si apprende nelle ultime ore anche da un retroscena pubblicato dal Corriere della Sera.

In una recente intervista il vicepresidente ha dichiarato che non c’è alcuna possibilità che gli attacchi possano risucchiare gli Stati Uniti in un conflitto prolungato in Medio Oriente. È stato Vance l’ultimo ad incontrare ieri Badr Al Busaidi, il ministro degli Esteri dell’Oman, Paese mediatore nelle trattative diplomatiche tra Washington e Teheran. Il rappresentante di Muscat ha cercato, senza successo, di convincere il numero due della Casa Bianca a dare ancora spazio ad una soluzione pacifica al dossier nucleare e missilistico iraniano, dopo gli scarsi risultati dei colloqui in Svizzera.

Subito dopo aver congedato Busaidi, Vance avrebbe contattato Trump, reduce a sua volta dall’incontro con i suoi inviati per l’Iran, Steve Witkoff e Jared Kushner. A quel punto sarebbe stato facile convincere Trump ad optare per l’opzione militare.

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