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Raid aerei, truppe sul campo e scudo navale: ecco come Trump potrebbe liberare lo Stretto di Hormuz

La guerra in Iran si decide nelle acque del Golfo Persico. La Casa Bianca valuta tutte le opzioni per rispondere alla sfida dei pasdaran

Raid aerei, truppe sul campo e scudo navale: ecco come Trump potrebbe liberare lo Stretto di Hormuz

Nei primi giorni delle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele in Iran, sembrava che l’esito del conflitto sarebbe dipeso dall’efficacia dei bombardamenti dei palazzi del potere di Teheran o da una possibile missione delle forze speciali americane volta a recuperare e a mettere in sicurezza l’uranio arricchito del regime degli ayatollah nascosto nei sotterranei dell’impianto nucleare di Isfahan. Le incursioni aeree di Washington e Tel Aviv, già nelle prime ore dell’operazione Epic Fury, hanno decapitato la leadership religiosa e militare della Repubblica Islamica e degradato in parte le capacità missilistiche dei pasdaran. Tutto ciò però non è bastato a chiudere lo scontro tra l’America e lo Stato ebraico, da una parte, e l’Iran, dall’altro. E adesso la guerra si sposta dal cielo al mare.

Le carte dell’Iran

Lo slittamento del campo di battaglia favorisce Teheran permettendo al regime di guadagnare tempo per compattare e consolidare il fronte interno e di continuare, bloccando lo Stretto di Hormuz, ad esercitare pressione sugli alleati degli Usa, già oggetto di attacchi con droni e missili balistici da parte del Paese sciita, e sui mercati energetici globali. È infatti nella dimensione marina, nelle acque del Golfo Persico, che l’Iran dimostra di avere, per dirla con un’espressione cara a Donald Trump, le sue carte migliori. Qui, nei veri epicentri del potere iraniano - sull’isola di Kharg, dove viene gestito il 90% delle esportazioni petrolifere della Repubblica Islamica, e, soprattutto, nello Stretto, attraverso il quale transita il 20% del greggio mondiale - si decide il destino della guerra.

Trump è consapevole che il blocco di Hormuz mette a rischio la sua scommessa ed è per questo che si prepara a rispondere alla sfida iraniana con una nuova escalation. Nelle scorse ore il presidente americano ha annunciato la distruzione di obiettivi militari sull’isola di Kharg precisando che se non verrà ripristinato il diritto alla libera navigazione nello Stretto potrebbe prendere di mira le infrastrutture petrolifere del gioiello della corona iraniano. Un’iniziativa che però avrebbe ulteriori conseguenze negative, non solo sui mercati energetici internazionali ma anche sul futuro di un Iran post-regime.

I piani dell’America

Il capo della Casa Bianca starebbe dunque valutando in queste ore piani militari per liberare lo Stretto - oltre una decina le navi attaccate da Teheran mentre i media riferiscono che i pasdaran avrebbero già cominciato a piazzare mine navali nell’area - e neutralizzare così la minaccia posta dalla Repubblica Islamica.

Il Wall Street Journal prova a fare il punto sulle iniziative che il Pentagono dovrebbe (e potrebbe) mettere in campo per garantire lo sblocco di Hormuz. Alcune già annunciate ufficialmente da Trump, e altre per ora ipotizzate dagli esperti. Tra le prime, figura l’organizzazione di operazioni di scorta delle navi commerciali da parte delle unità militari di Washington. Il leader Usa e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno più volte promesso che le navi da guerra americane cominceranno “molto presto” a scortare petroliere e altre imbarcazioni che transitano nello Stretto. In un paio di post pubblicati sul social Truth, The Donald ha chiesto aiuto anche ad altre nazioni per realizzare il suo piano. Per ora il presidente americano prende tempo, probabilmente dissuaso dall’avvertimento dei suoi esperti e strateghi. Secondo i consiglieri di Trump, i droni e i missili iraniani potrebbero infatti trasformare Hormuz in una “kill box” per i soldati statunitensi.

Una possibile soluzione per spianare la strada alle navi di scorta, scrive il Wall Street Journal, sarebbe un impiego più estensivo della forza aerea per individuare e distruggere missili e droni prima che possano essere lanciati da Teheran contro le navi nello Stretto. Gli esperti stimano che potrebbero essere necessarie due unità militari per petroliera, o una dozzina di navi per scortare sino a dieci petroliere. Le operazioni di scorta organizzate dalla marina americana si concentrerebbero anche sullo sminamento delle acque e sull’intercettazione degli attacchi dei pasdaran dall’alto, oltre che di quelli lanciati dai droni navali e dai barchini esplosivi, la cosiddetta mosquito fleet dell’Iran. Sarebbe poi necessaria la presenza nei cieli di una dozzina di droni MQ-9 Reaper, pronti a colpire i lanciatori di “dardi” e i velivoli senza pilota del regime. Un’operazione che nel suo complesso richiederebbe mesi e un investimento economico consistente.

Per la Casa Bianca tutte le opzioni sono sul tavolo, inclusa quella dei boots on the ground che però comporta il rischio di numerose perdite tra i soldati americani. Che il tycoon sia tentato da questa soluzione lo dimostra l’annuncio dell’invio in Medio Oriente di oltre 2000 Marines. Anche il Wall Street Journal analizza un possibile invio di truppe di terra, preceduto da estesi raid aerei e finalizzato a conquistare la costa iraniana in prossimità dello strategico passaggio marittimo. Durante la missione in questione, le forze statunitensi sarebbero particolarmente esposte agli attacchi della Repubblica Islamica. Tale scenario, già di per sé complicato, dovrebbe inoltre tenere conto che l’occupazione dell’Iran meridionale non impedirebbe a Teheran di lanciare missili a lungo raggio contro le navi nello Stretto. Infine, c’è chi ritiene che l’operazione di terra americana possa avere un altro obiettivo: l’occupazione dell’isola di Kharg.

Ancora una volta, insomma, appare difficile anticipare le mosse di Donald Trump che, da commander in chief (e moderno Sun Tzu), punta sul suo essere imprevedibile per sparigliare le carte dell’avversario e per evitare che gli aumenti dei costi energetici e la conseguente sconfitta politica svuotino di importanza la vittoria militare della superpotenza.

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