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"Sullo Stretto di Hormuz è in corso uno scontro interno al regime iraniano"

Secondo gli esperti lo stallo sullo Stretto sarebbe indice di una lotta tra l’ala più favorevole ad un accordo e quella più oltranzista. L’incognita sui negoziati di oggi in Pakistan

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Per un attimo, venerdì scorso, l’impasse rappresentato dal blocco dello Stretto di Hormuz, proclamato di fatto sia dall’Iran che dagli Stati Uniti e diventato questione centrale nei negoziati per la fine del conflitto tra i due Paesi, è sembrato avviarsi verso una sua definitiva risoluzione. La riapertura della strategica via di navigazione annunciata da Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri della Repubblica Islamica, è stata però sconfessata nell’arco di 24 ore dai colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie contro i mercantili nell’area dello Stretto. L’improvviso dietrofront iraniano, hanno spiegato gli analisti, sarebbe indice di una spaccatura tra i leader politici e i falchi militari del regime degli ayatollah. Un segnale preoccupante in vista della nuova tornata di colloqui diplomatici tra il team di Washington e quello di Teheran in corso oggi in Pakistan.

L’annuncio di Araghchi, pubblicato sul suo account X, è stato inizialmente interpretato come un’apertura al compromesso a pochi giorni dalla scadenza (prevista per oggi) dell’ultimatum lanciato da Donald Trump. Le parole del massimo rappresentante della diplomazia dell’Iran sono state subito accolte con favore dal tycoon e dai mercati ma, come anticipato, poche ore dopo, la Marina delle Guardie Rivoluzionarie ha notificato che lo Stretto rimane ancora chiuso e che i mercantili necessitano della sua autorizzazione per attraversarlo. Riapriremo Hormuz “per ordine della nostra guida, l’Imam Khamenei, non per i tweet di qualche idiota”, ha chiarito sabato un esponente del corpo paramilitare iraniano. Quasi in contemporanea anche l’agenzia di stampa Tasnim, affiliata alle Guardie Rivoluzionarie, ha criticato il ministro degli Esteri sostenendo che “dovrebbe riconsiderare questo tipo di comunicazione” mentre un parlamentare esponente della linea dura ha chiesto la rimozione di Araghchi affermando che la sua dichiarazione ha contribuito a ridurre il prezzo del petrolio e a fare un regalo agli Stati Uniti.

Le reazioni all’apertura del rappresentante degli Esteri iraniano registrate all’interno del regime rendono evidente come i pasdaran intendano continuare a fare ricorso ad un’arma negoziale mai adoperata prima dell’avvio del conflitto il 28 febbraio. Inoltre, c’è un elemento che desta ancora più preoccupazioni. Quanto avvenuto nello Stretto, scrive il Wall Street Journal, dimostra infatti che gli iraniani che si dichiarano disposti a scendere a compromessi potrebbero non godere del pieno appoggio dell’ala più oltranzista della Repubblica Islamica, rafforzatasi a dismisura durante l’operazione statunitense Epic Fury. “L’Occidente si comporta come se l’Iran fosse un Paese con una chiara catena di comando: si negozia con il ministero degli Esteri, la questione viene sottoposta ai livelli superiori, le decisioni vengono prese. Fine”, ha affermato Mohamed Amersi, esperto di Iran presso il Wilson Center, un think tank di Washington. Però “quando si arriva al dunque”, ha proseguito Amersi, “chi ha armi, droni e motoscafi veloci tende ad avere la meglio”.

Il quotidiano finanziario riporta che le Guardie Rivoluzionarie sarebbero irritate dal fatto che Araghchi non si sia coordinato con loro prima di fare il suo annuncio. La forza paramilitare desidererebbe poi anche vendicarsi delle perdite subite durante la guerra e ritiene di avere la superiorità militare. C’è comunque chi ha fatto notare che l’intransigenza iraniana sarebbe stata causata anche dalle dichiarazioni di Trump, il quale ha affermato che il blocco americano sarebbe continuato nonostante l’apertura di Teheran.

Che all’interno del regime sia in corso una prova di forza, e che l’ala politica più moderata la stia perdendo, sarebbe fuori di dubbio. Gli analisti spiegano infatti che l’uscita di scena dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei e l’arrivo al potere di suo figlio Mojtaba (mai apparso in pubblico dalla sua nomina) hanno determinato l’avvio di una lotta tra le diverse fazioni. Un esempio eclatante di ciò è avvenuto nelle prime settimane del conflitto quando il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si scusò per gli attacchi contro i Paesi del Golfo e annunciò che essi sarebbero cessati. I comandanti delle Guardie Rivoluzionarie negarono però immediatamente l’approvazione di tale decisione e gli attacchi continuarono indisturbati sino al cessate il fuoco di due settimane fa.

Lo scontro di potere in seno al regime sarà dunque un fattore di cui tenere conto nelle prossime ore, anche alla luce di possibili notizie di tentativi di accordo tra i team di Washington e di Teheran, in teoria, attesi oggi ad Islamabad

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