Le bombe anti bunker statunitensi tornano improvvisamente sotto i riflettori con l’inasprirsi della guerra in Iran. Dopo gli attacchi contro le installazioni nucleari sotterranee di Teheran, la Cina ha preso nota con attenzione degli effetti provocati da simili armi. Il motivo è semplice: se Washington è in grado di distruggere obiettivi nascosti sotto terra, significa che nessuna infrastruttura strategica può dirsi davvero al sicuro. A preoccupare Pechino è soprattutto la GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, una delle armi convenzionali più potenti dell’arsenale americano, progettata per penetrare profondamente nel terreno o nel cemento prima di esplodere. Trasportata dai bombardieri stealth B-2, questa bomba può colpire bunker e strutture sotterranee pensate per resistere anche ad attacchi missilistici.
Le bombe anti bunker che spaventano la Cina
Proprio la dimostrazione della sua efficacia nei raid contro l’Iran ha riacceso il dibattito sulla vulnerabilità delle installazioni militari e industriali sepolte nel sottosuolo. Per Paesi che fanno largo affidamento su basi sotterranee e infrastrutture protette - come la Cina - il segnale è chiaro: la profondità non garantisce più automaticamente la sicurezza.
Secondo quanto riportato da Asia Times, Pechino starebbe già accelerando i piani per spostare infrastrutture cruciali sempre più in profondità e lontano dalle aree costiere più esposte. Esperti energetici cinesi hanno proposto la costruzione di una vasta rete di strutture sotterranee nella Cina occidentale, con l’obiettivo di proteggere risorse strategiche e nodi energetici in caso di conflitto o blocco militare. Il progetto, illustrato in una proposta comparsa nel Bulletin of the Chinese Academy of Sciences, prevede la creazione di un sistema multilivello di depositi e infrastrutture sotterranee collegati tra loro.
Grandi hub centrali sarebbero affiancati da strutture regionali e depositi nelle aree di frontiera, soprattutto nelle regioni sensibili come Tibet e Xinjiang. In queste strutture verrebbero stoccati petrolio, gas naturale e metalli rari, ma potrebbero trovare spazio anche asset militari o infrastrutture critiche. L’idea rientra nella strategia cinese del cosiddetto “retroterra strategico”: spostare industrie e risorse chiave verso l’interno del Paese, lontano dalle grandi città costiere come Shanghai, Pechino o Shenzhen, considerate più vulnerabili a un eventuale conflitto con gli Stati Uniti e i loro alleati.
I bunker cinesi
La Cina non parte da zero. Negli ultimi anni Pechino ha già sviluppato una vasta rete di strutture sotterranee militari, alcune delle quali progettate per garantire la sopravvivenza del comando politico e dell’arsenale nucleare in caso di guerra. Tra i progetti più ambiziosi c’è la cosiddetta Beijing Military City (ne abbiamo parlato qui), un enorme complesso di comando sotterraneo che secondo diverse analisi potrebbe estendersi per circa sei chilometri quadrati, dimensioni ben superiori a quelle del Pentagono.
Infrastrutture simili sono state individuate anche nelle montagne Qinling, dove si troverebbero depositi protetti di testate nucleari, e nei grandi campi di silos missilistici costruiti negli ultimi anni nelle regioni di Gansu, Xinjiang e Mongolia Interna. Tuttavia, la crescente precisione delle armi convenzionali sta riducendo il vantaggio garantito dal sottosuolo. La GBU-57, ad esempio, sarebbe in grado di penetrare oltre 60 metri di terreno prima di esplodere, una profondità sufficiente per distruggere molti silos missilistici o bunker militari.
Ebbene, questa evoluzione tecnologica rischia di influenzare anche la
dottrina nucleare cinese. Se le basi sotterranee diventano infatti più vulnerabili, Pechino potrebbe allora sentirsi spinta a ridurre i tempi di reazione in caso di attacco. Con tutte le conseguenze del caso.