Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di aderire come membro fondatore alla Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) destinata a Gaza. La proposta è stata presentata in settimana al presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alla Farnesina. La portavoce della Casa Bianca, Taylor Rogers interpellata non ha specificato se gli Stati Uniti abbiano esteso un invito a Roma. "Gli annunci sull'Isf arriveranno presto", ha detto.
Il punto centrale dell’offerta è che Roma non dovrebbe contribuire con truppe. Sarebbe invece sufficiente un impegno ad addestrare la futura forza di polizia di Gaza, valorizzando il contributo italiano e, soprattutto, il capitale diplomatico dell’Italia nei canali con Israele, alcuni Stati arabi e la leadership palestinese. In questo quadro, l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi è già entrato nel dibattito europeo: nelle ultime settimane, l’UE ha discusso anche con l’Egitto possibili forme di cooperazione per la formazione di una polizia palestinese a Gaza.
La richiesta a Roma si inserisce nella più ampia architettura di sicurezza e governance “post-bellica” che Washington sta cercando di costruire attorno a Gaza. Negli ultimi giorni, però, emergono segnali di frizione politica e operativa: alcuni Paesi europei starebbero rivalutando la presenza in un centro di coordinamento civile-militare a guida Usa collegato al dossier Gaza. Parallelamente, il ministro israeliano Bezalel Smotrich ha chiesto di chiudere lo stesso centro, denunciando l’eccesso di influenza esterna.
Sul versante italiano, nei giorni scorsi che Meloni avrebbe indicato prudenza nel sottoscrivere “immediatamente” alcuni passaggi del progetto americano per possibili rischi legali. Al tempo stesso, l’idea di un contributo italiano basato su formazione e capacity building non è nuova: nel 2025 il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva citato esplicitamente la possibilità che l’Italia – attraverso i Carabinieri – potesse formare forze di polizia palestinesi, richiamando anche l’esperienza in Cisgiordania e i canali europei (missioni UE su polizia e stato di diritto).
Sul Board of Peace, Palazzo Chigi attende ora una risposta dalla Casa Bianca.
Il nodo resta giuridico: l’articolo 11 della Costituzione consente cessioni di sovranità solo in condizioni di parità, mentre lo statuto del Board – in particolare l’articolo 9 – attribuirebbe al presidente, ossia Trump, poteri estesi: agire per conto del Board, adottare risoluzioni, scegliere e rimuovere i membri, designare il successore, creare entità sussidiarie e fissare a un miliardo di dollari il costo dell’adesione. Nonostante ciò, la posizione italiana resta “di apertura”.