Lo sciame di luci rosse, azzurre, verdi, si innalza in cielo, sopra il deserto del Nevada, fendendo il nero della notte. Centinaia di droni in volo, mentre i partecipanti al Burning Man osservano, estatici e rapiti. A migliaia di chilometri di distanza, a Liuyang, la Cina ha invece riscritto la fisionomia degli spettacoli realizzati con droni, entrando nel Guinness dei primati; sedicimila mezzi meccanici volanti governati da un unico computer si sono labirinticamente intersecati a disegnare in aria suggestive e sempre più complesse coreografie. D'altronde il fratello di Elon Musk, Kimbal, si occupa professionalmente di questo e abbiamo avuto modo di goderne anche in Italia: i suoi tremila droni hanno punteggiato deliziosamente l'evento Grace for the World in Vaticano.
Si è consolidato ormai un soft power dei droni, sempre più suadente, capillare. E del pari, una economia dei droni, strategici ed essenziali per molte attività civili e produttive. In Africa, salvano vite. Start-up innovative, come la statunitense Zipline, rendono possibile coi loro droni autonomi la consegna di beni di prima necessità e di medicinali in Paesi impervi e dalla notevolissima estensione, come il Rwanda, non per caso conosciuto come il Paese delle mille colline'. Negli Stati Uniti l'impiego di droni per sofisticati interventi connessi al settore agricolo ha iniziato a far parlare di una autentica "dronicoltura".
Non c'è alcun dubbio che culturalmente e produttivamente ci si stia incanalando nel cuore di una autentica dronizzazione della società. Ma questo processo si coglie in maniera ancora più nitida, e inquietante, in quel settore sovente ombroso ma che storicamente rappresenta l'elemento vitale dell'innovazione: l'industria bellica. Se un tempo parlando di droni avremmo istintivamente immaginato una sorta di zanzarina meccanica levata in volo per effettuare riprese dall'alto, oggi, dopo anni e anni di sanguinosi conflitti, il paradigma percettivo sembra essersi modificato: la nostra psiche si immerge subito, quando stimolata, lungo la dorsale della guerra e dell'annientamento. Già nel 2015, Grégoire Chamayou, in Drone Theory, aveva tentato di sviluppare una teoria generale e una filosofia che riconducessero il sempre più massivo utilizzo dei droni per missioni di annientamento a un canone umano. L'anno seguente Michael Boyle, con The Drone Age: How Drone Technology Will Change War and Peace, si era lungamente diffuso sul processo di radicale modificazione delle caratteristiche tecniche, e letali, dei droni, sempre più proiettati verso una dimensione autonoma. Nel 2020, appaiono due volumi dal titolo quasi omonimo ma dagli approcci e dalle sensibilità radicalmente divergenti. Andrew Boyle, in Kill Chain: Drones and the Rise of High-Tech Assassins, elabora una serratissima critica all'impiego di droni autonomi e alla loro capacità di gamificare quasi il conflitto, alterando la percezione della morte inflitta al nemico. Christian Brose, invece, con The Kill Chain: Defending America in the Future of High-Tech Warfare, assume una postura ricostruttiva che nell'America trumpiana attuale si rivelerà predittiva. D'altronde Brose è stato consigliere per la difesa di John McCain ed ora è consulente di Anduril, la società tech finanziata da Peter Thiel e diretta da Palmer Luckey, specializzata anche in droni governati da intelligenza artificiale. I droni cambiano le carte in tavola; maneggevoli, alcuni modelli poco costosi, rendono le tattiche di assalto e di sopravvivenza in combattimento totalmente diverse, riequilibrano asimmetrie tra forze in campo. Come ha ricordato Robert-Henri Berger, nel suo Droni o uomini: il problema della fanteria nella guerra contemporanea, apparso sulle pagine della rivista Le Grand Continent, il drone trasforma l'idea stessa di fronte da linea più o meno modificabile a zona porosa. Lo si deve constatare ad esempio nel vicino conflitto in Ucraina. E proprio l'Ucraina, ma non solo, è al centro del libro Il cielo sporco. Come la guerra dei droni e dell'intelligenza artificiale cambierà il mondo (Guanda) di Gianluca di Feo, uscito nel novembre 2025. L'assunto di Di Feo echeggia quello formulato da Berger: "Oggi i droni, che si tratti di killer o kamikaze, stanno già provocando un cambiamento. Nell'abbattere i requisiti richiesti al soldato e nel dare perfino agli adolescenti l'opportunità di assumere un ruolo chiave sul campo di battaglia, mettono in discussione la categoria di guerrieri che si è imposta dall'11 settembre 2001".
Il volume segue la storia, la genesi e la funzionalità dei droni bellici, le categorie, gli scenari di impiego, le problematiche etiche, umane e strategiche, dalla Libia alla Siria, fino alla citata Ucraina; conflitti, guerre, morti, che si sublimano in laboratori di sperimentazione e di tragica innovazione. Non solo droni, nel libro di Di Feo, ma anche l'IA e armi sempre più sofisticate, devastanti e prive di qualunque forma di contatto con l'umano. Se non quello di farne la propria vittima.