La predica pro-migranti, ancora una volta, arriva dal pulpito di una chiesa da parte dell'arcivescovo di Trento Lauro Tisi in occasione della 34esima veglia di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri dal titolo "Gente di primavera". Monsignor Tisi, riferendosi ai migranti nei Cpr, quindi irregolari e in attesa di rimpatrio, ha dichiarato che “ci stanno tenendo in piedi e noi li trattiamo con durezza, con negligenza, con freddezza”. E rivolgendosi ipoteticamente agli stranieri ha detto: “Cari fratelli migranti, perdonateci”.
Definire i migranti presenti nei Centri di permanenza per il rimpatrio come coloro che “ci stanno tenendo in piedi” appare come una forzatura ideologica che non ha ancoraggio nella realtà. Si parla, infatti, di strutture nate per gestire situazioni di irregolarità, dove il rispetto della legge dovrebbe essere il primo pilastro di coscienza. L'appello al perdono rivolto agli stranieri, unito all'accusa di “negligenza e freddezza” verso le istituzioni, sembra ignorare lo sforzo logistico ed economico che l'Italia sostiene da anni per fronteggiare flussi migratori. Il nostro Paese ha tra i più alti flussi di immigrazione irregolare in Europa e nonostante l’impegno di questo governo nel trovare una soluzione, le decine di migliaia di persone che ogni anno varcano illegalmente i confini non possono essere sostenute. La presenza di soggetti che non hanno alcun diritto toglie necessariamente risorse a quei soggetti che, invece, necessitano di protezione, per i quali l’Italia non si è mai tirata indietro.
E se da un lato la missione pastorale impone l'accoglienza, dall'altro le cronache una , chiamate a gestire le conseguenze di una solidarietà sbandierata ma difficilmente praticabile senza regole e questa ennesima “lezione” dal pulpito rischia di scavare un solco ancora più profondo tra la Chiesa e quei cittadini che chiedono semplicemente sicurezza e legalità.
In un contesto in cui il confine tra l'appello etico e la posizione politica si fa sempre più sottile, il monito di monsignor Tisi finisce per alimentare una polarizzazione che difficilmente giova alla coesione sociale. La richiesta di perdono trasforma una questione di gestione amministrativa e sicurezza nazionale in una colpa collettiva che i cittadini non sono disposti a prendersi.