L'ultima cosa che mi immaginavo, pur conoscendo questa Italia del tutti contro tutti, era che la sinistra da sempre in campo per la separazione delle carriere finisse vittima della sindrome di Stoccolma. E difendesse con le unghie e con i denti (oltre che con un sistema mediatico amico che fa da gran cassa) il No al referendum che salverebbe l'ultimo residuato bellico (è proprio il caso di dirlo) del fascismo, quello vero. Perché si dà il caso che nei codici mille volte riscritti e poi riformati il cosiddetto processo inquisitorio - quello che vede procuratori e giudici far parte della stessa magistratura, in pratica essere sodali - porti la firma di Benito Mussolini, Duce del fascismo e del suo fido leguleio Alfredo Rocco. Lo avevano scritto perfino i padri costituenti ignari che i figli ricostituenti sarebbero stati incapaci di un vero dibattito sul futuro della giustizia, come invece seppero fare democristiani e comunisti ormai ottant'anni fa. Perché se c'è una cosa che traspare dallo scontro sul referendum è che l'ossessione per Giorgia Meloni vale a sinistra più della storia partigiana. Le balle su Giovanni Falcone lette in televisione, gli insulti dei pm ai milioni di italiani che vogliono cambiare questa giustizia che ha fallito e la certezza che chi sbaglia in magistratura non paga mai e spesso sbaglia volontariamente, sono ormai note alle stesse toghe rosse. Che infatti hanno iniziato la battaglia finale non tanto per fermare la riforma, ma per mettere la pietra tombale sul Parlamento italiano e spiegare a tutti chi comanda davvero e perché le leggi non servono più. Basta interpretarle.
Come nel caso dei clandestini con 23 condanne fuori dal carcere per incontrare i parenti e di contro i bambini del bosco allontanati dalla famiglia incensurata. Come nel caso del magistrato Bartolozzi che ha detto una semplice ovvietà: chi condanna prima della sentenza è un plotone di esecuzione.