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Non crediamo alle favole

È sembrato quasi un Paese unito, insomma. Ma io non mi fido, non ci credo. Vedrete che la sinistra cambierà presto idea

Non crediamo alle favole
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Le martellate a quel poliziotto sono colpi al cuore della democrazia. Tutti gli italiani erano a terra con lui. Quelli onesti, di qualunque idea siano. E lo hanno capito subito i leader di opposizione che hanno condannato quell'assalto allo Stato. È sembrato quasi un Paese unito, insomma. Ma io non mi fido, non ci credo. Vedrete che la sinistra cambierà presto idea. Non appena passata l'alta marea dell'indignazione popolare, quella per cui noi processiamo i poliziotti e difendiamo i criminali, ma per qualche ora non è stato possibile dirlo. Una specie di black-out che ci ha fatto cadere nella democrazia normale per un po'. Ma non durerà a lungo. I primi distinguo, per la verità, sono già arrivati. E aumenteranno. Diranno che è colpa del governo, di Giorgia Meloni. Colpa sua se i nuovi brigatisti dei centri sociali, con le milizie siriane che si mescolano agli anarchici, decidono di mettere a ferro e fuoco il Paese. Diranno che l'immunità alle forze dell'ordine è una legge fascista. Diranno che il governo usa quelle immagini per militarizzare lo Stato. Una bugia necessaria perché con quegli ambienti la sinistra ha stretto un patto politico da tempo. E invece non dobbiamo cedere in questo momento.

Come hanno detto i Carc, a Torino è cominciata una guerra. E alla guerra si risponde con le armi adatte. Non con deliri sull'integrazione, sulla libertà di espressione, sulla cultura. Tre parole che questi delinquenti non solo non conoscono, ma non intendono nemmeno imparare.

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