
"Fa paura, ma state certi che la faremo". Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non ha alcun dubbi sull'esito della riforma costituzionale della giustizia - che prevede tra i vari punti anche la separazione delle carriere dei magistrati - in attesa della votazione conclusiva da parte dell'Aula del Senato che avverrà martedì 22 e che sancirà la prima metà del lungo iter parlamentare. Nel suo intervento alla IV edizione di "Parlate di mafia", a Roma, il Guardasigilli ricorda che nessuno credeva in questa riforma "perché ogni volta c'è stato uno sbarramento della magistratura, un 'niet' totale, e la politica ha ceduto. Ma noi non siamo ricattabili, noi non abbiamo paura", dichiara Nordio senza mezzi termini.
L'ex procuratore di Venezia è assolutamente consapevole del fatto che "ci saranno delle aggressioni di vario tipo: alcune in linea con la democrazia, come quelle in Parlamento, altre un po' meno quando la stampa si avvale di segreti istruttori e riferisce fatti falsi - aggiunge -. Probabilmente ne avremo delle altre. Ho avvertito i miei amici: non c’è niente da fare, ogni aggressione in più è un pizzico di adrenalina che aumenta". Insomma, secondo Nordio quello che sta creando veramente timore all'interno degli organi giurisdizionali non tanto è la separazione delle carriere in sè, ma più che altro la parte sul Csm: "Le correnti stanno al Csm come i partiti stanno al governo. Il Csm è un riflesso delle correnti", afferma il ministro.
Quando poi, presumibilmente tra la fine dell'autunno e l'inizio del prossimo inverno, verranno ultimate anche la terza e la quarta lettura del potere legislativo (rispettivamente alla Camera e al Senato), nel 2026 la riforma verrà sottoposta a referendum confermativo: il governo Meloni intende arrivare a quell'appuntamento "con un dibattito pacato per evitare una cosa deplorevole" perché "se andassimo al referendum quasi con uno scontro non ci sarebbero nè vinti né vincitori. Se anche vincessimo noi, ne rimarrebbe umiliata la magistratura e ciò non andrebbe bene". Nordio, dunque, auspica che anche da parte della magistratura e dell'opposizione si possa arrivare "a tutte le possibili argomentazioni ma senza contrapposizione politica, senza aut aut o ultimatum al governo".
Nell'evento organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d'Italia, in collaborazione con l'Ufficio studi di FdI, parlando della riforma della giustizia e del referendum, l'esponente dell'esecutivo nazionale ha anche detto che la magistratura, soprattutto quella associata, "deve assumersi la responsabilità di arrivare al referendum senza toni di guerra ma argomentando secondo le loro convinzioni a cui noi opporremo le nostre". Tuttavia l'Anm, al momento, "non si è dimostrata dialogante perché ha posto un niet su tutta la riforma". In ogni caso resta la speranza di arrivare alla consultazione elettorale del prossimo anno "spiegando agli italiani che non è un referendum contro la magistratura o a favore di Meloni e del governo ma una riforma per adattare il nostro sistema costituzionale al nostro sistema giudiziario - ha concluso -. La separazione delle carriere esiste in tutti i Paesi in cui c'è il processo accusatorio".
Le parole contro l'Associazione nazionale magistrati hanno provocato un'immediata risposta. "Esprimiamo sdegno e viva preoccupazione - afferma afferma la Giunta esecutiva centrale dell'Anm in una nota -. Che il titolare del dicastero della Giustizia possa ritenere che l'espressione pubblica del pensiero di un magistrato in servizio meriti l'intervento degli 'infermieri' o diventi oggetto di valutazione disciplinare rappresenta un fatto grave, incompatibile con i principi fondamentali di uno Stato di diritto". Secondo i magistrati si registra da parte di Nordio "un uso ricorrente della minaccia disciplinare, evocata come uno strumento di pressione e intimidazione nei confronti di decisioni sgradite o legittime critiche". In sintesi la critica, anche aspra, alle decisioni ministeriali "non può essere scambiata per lesa maestà.
Il vero obiettivo della riforma sembra essere quello di intimidire, indebolire e infine ridurre al silenzio la magistratura - concludono -. Siamo stati, e restiamo, disponibili al confronto. Ma non possiamo accettare che ci venga imposto il silenzio".