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Perché il "Sì" è nel giusto

Ognuno se la racconti come crede, poi a decidere saranno i cittadini distribuiti nella piramide sociale

Perché il "Sì" è nel giusto

Il Sì è di nuovo in corsa. Dalle ultime esternazioni pare che Giorgia Meloni abbia capito che il modo più sicuro per perdere è non giocare.

La vexata quaestio, referendum politico o tecnico con relativo impatto sul governo sì/no, appartiene più alla pretattica che alla partita vera. Ognuno se la racconti come crede, poi a decidere saranno i cittadini distribuiti nella piramide sociale. Al vertice stanno quelli che hanno interesse e competenze per parlare di sorteggio, doppio Csm e Alta Corte disciplinare, e non arrivano al cinque percento della popolazione. Però questa non è una sfida tra Orazi e Curiazi bensì un referendum popolare. Il fronte del No lo sa bene e infatti l'ha subito messa su un piano che più politico non si può: l'indipendenza dei giudici, che nell'immaginario popolare dovrebbero acchiappare i ladroni della politica e vendicare il popolo bue. Un'altra variante del solito adda venì baffone. Quelli del Sì invece si dividono tra chi ha avuto la sventura di incrociare la magistratura e chi si augura che non gli capiti mai. Insomma, nessun cavillo né da una parte né dall'altra.

Quindi, è una partita di comunicazione con le sue regole. Se dici una parte del messaggio, a completarlo ci pensa il cittadino. Se occupi una parte del campo, stai di fatto mettendo l'avversario nell'altra. Così, se affermi di voler evitare «una lotta nel fango» ne deduco che siano gli altri a cercarla. Se ti batti per «avere una giustizia più giusta» sottintendi che gli altri resistano per mantenerla ingiusta. Quando chiedi che «anche un magistrato, quando sbaglia, deve essere giudicato da un organismo terzo», uno capisce che lasciando tutto com'è se la cantano e se la suonano tra loro. Dichiarare di liberare i magistrati «dal giogo delle correnti» è sì un filo più sofisticato ma molto efficace. Come dire che no, non siamo contro i magistrati, ma anzi vogliamo liberarli da quelle forze oscure che impediscono ai tanti bravi di fare bene il loro mestiere: e indovina un po', chi è che difende quelle forze oscure?

Sia chiaro, in questa partita è più facile passare per i buoni difendendo lo status quo che promuovendo il cambiamento. Per questo è fondamentale che scenda in campo il vertice politico, per evitare uscite improvvide dei tecnici che alzano la palla a chi voglia schiacciare dall'alto del Colle, che più che super partes è il capo del Csm. Questa riforma, diciamolo, arriva fin lassù, al cuore del potere, dove niente è tecnico e tutto è politico. Meglio dunque prendere coscienza che un'eventuale sconfitta non sarebbe solo un buco che turi col ditino, ma una crepa che farebbe venir giù l'intera diga. Non subito, no. Alle elezioni del '27.

Infine, insistere che non sia un voto politico e sul governo trasmette anche un altro messaggio: voglio arginare i danni di una possibile sconfitta.

Non scherziamo, nessuno va allo stadio pensando che la propria squadra punti a perdere uno a zero. Il messaggio che gli elettori del Sì vogliono e meritano è un altro: chiamatelo come vi pare, tecnico o politico, tanto vinceremo comunque perché siamo nel giusto.

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