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Post e foto fuorilegge, islamici all'attacco del governo nel giorno del voto

Gli islamisti pubblicano le foto delle schede votate. E i proclama di Baya: censurato dopo l'articolo del Giornale

Post e foto fuorilegge, islamici all'attacco del governo nel giorno del voto
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Forse qualcuno non è un habitué quando si tratta di elezioni, ma è noto che fotografare (e peggio ancora pubblicare) il proprio voto con allegata la scheda elettorale fatta dalla cabina sia totalmente fuori legge. Ma Il Giornale ha scovato e segnalato diversi profili di islamici che, invece, nel tentativo di invitare i loro seguaci a votare “no” al referendum sulla giustizia, hanno commesso un illecito. “Il referendum è una nostra preoccupazione, votiamo no”, scrive uno di loro, c’è anche chi invia le foto nei gruppi e chi le pubblica sotto il post di Brahim Baya, il predicatore islamista di Torino, referente della moschea Taiba e del Centro Rayan, che ha chiesto a chi lo segue di informarlo sul parere espresso alle urne. E, proprio Baya, in periodo di silenzio elettorale, ha continuato la sua serrata campagna contro la riforma della giustizia (ha forse fatto più lui di tutta l’opposizione messa insieme in questo periodo), in una vera e propria chiamata alle armi, pardon urne: “Noi, come popolo, dobbiamo dire no. Dobbiamo riprenderci il nostro Paese. Dobbiamo difendere la nostra sovranità”. E ancora: “Una riforma che mira a togliere ogni intralcio a chi governa”, “Giudici liberi, cittadini più forti. “Giudici sotto la politica… cittadini più deboli. È semplice. Io voto NO”, “Il futuro di questo Paese si decide anche così”, “Facciamo circolare la realtà, non la propaganda. Questo è il momento di esserci”, “Questo video è stato visualizzato da circa mezzo milione di persona, si prega di ricondividerlo il più possibile, per invitare tutti i cittadini con diritto di voto a partecipare a questo importante referendum”.

Questi sono gli estratti degli ultimi lunghissimi post (sono cinque) effettuati solo nelle ultime ventiquattro ore. Chissà come mai alla comunità islamica l’esito del referendum sta così a cuore. Ah, forse tornano alla mente le parole di uno dei fondatori dell’Ucoii, Roberto Hamza Piccardo, quando disse che a loro “conveniva” che le cose restassero come sono. Ma Baya ci ha tenuto a punzecchiare, per usare un eufemismo, anche la deputata dei 5 Stelle Stefania Ascari (senza nominarla), organizzatrice dell’evento del 19 marzo in cui il predicatore era stato invitato insieme a sigle come i Carc, gruppi di boicottaggio, sindacati di base, lo Spint Time (il centro sociale romano sulla blacklist del Viminale, che dovrebbe essere prossimo allo sgombero): “Lo dico a tutti, non mi invitate se non avete gli attributi per difendere fino alla fine il mio diritto di parlare”, scrive a corredo del video in cui sostiene di essere stato censurato dopo la polemica politica e mediatica scaturita dal nostro articolo. Il Giornale si è limitato a riportare le sue parole di elogio ai missili iraniani, alla resistenza palestinese di Hamas, a quella libanese, che corrisponderebbe ad Hezbollah, e a quella iraniana, ovvero gli Ayatollah.

Ma non secondo lui: “Il mio video non è stato trasmesso non per un problema tecnico o per mancanza di tempo, ma perché era scoppiata nel frattempo l'ennesima polemica contro il sottoscritto, in particolare contro la mia presenza in Parlamento. Sono stato attaccato, diffamato, descritto con i peggiori epiteti dagli stessi giornalai e politicanti al servizio del governo. E a quel punto è successo qualcosa di molto grave: chi mi aveva invitato non ha avuto il coraggio di difendere fino in fondo quella scelta, non ha avuto il coraggio di difendere la democrazia. Le persone invitate a parlare devono poter parlare.

Già in passato mi è stato chiesto di intervenire in Parlamento, ma senza comparire nella locandina, senza nome, senza visibilità, di nascosto”. Insomma, a quanto pare Baya è stato allontanato anche dai suoi sostenitori e ora non gli resta che continuare nella sua lotta, evidentemente instancabile, contro Giorgia Meloni e il resto del governo.

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