La sinistra se si torna alle sue radici ha sempre avuto un'anima garantista di un certo peso. Il più convinto assertore dell'immunità parlamentare alla Costituente addirittura fu il comunista Umberto Terracini. Ecco perché non meraviglia il fatto che un pezzo di quel mondo si ribelli all'idea che la sinistra sia presentata come un monolite giustizialista schierato tout court per il «No» al referendum sulla separazione delle carriere al guinzaglio di 5stelle e associazione magistrati. E ha deciso di non farlo in silenzio, con il comodo espediente di votare «Sì» nell'urna e nascondere la mano, ma rivendicando la scelta lunedì prossimo a Firenze.
Una sorta di orgoglio garantista che salverà la sinistra dal pericolo di una regressione politica e culturale determinata dal calcolo del vertice Pd - probabilmente sbagliato - di trasformare un referendum su un tema che interviene direttamente sui diritti dei cittadini, in uno strumento politico per dare la spallata alla Meloni. Un'operazione che, al di là dell'esito, rischia di schiacciare ulteriormente l'anima liberale e riformista sulle posizioni grilline e delle correnti politicizzate della magistratura dando vita a un paradosso: se una volta si diceva che era la sinistra politica a utilizzare le «toghe rosse», ora si assisterebbe al fenomeno opposto di una sinistra politica succube dei magistrati politicizzata. L'apoteosi dei tanti profeti del giustizialismo che pullulano nel Bepaese. «Il Pd - osserva Stefano Ceccanti, piddino schierato sul Sì - è prigioniero, soffre della di sindrome di Stoccolma nei confronti dell'anima giustizialista della coalizione».
Tra gli «eretici» che voteranno «Sì» ci sono personaggi di diversi filoni e di diverse fasi della Storia della sinistra italiana. Da ex-Pci, finiti nei Ds e poi nell'Ulivo come Claudio Petruccioli, Claudia Mancina, Cesare Salvi, Enrico Morando, Giovanni Pellegrino o Anna Paola Concia, a radicali come Della Vedova o a cattolici come Ceccanti, liberal come Nannicini, laici come Enzo Bianco. Ci sarà pure Raffaella Paita, capogruppo dei senatori di Italia Viva: segno che alla fine il partito di Matteo Renzi si schiererà per il «Sì».
Del resto l'assenza di un'anima garantista nel cosiddetto «campo largo» significherebbe ridurne la capacità di rappresentanza: in fondo la Schlein dovrebbe ringraziarli.
Una lacuna del genere si rivelerebbe, infatti, un errore fatale, la rimozione di un pezzo di Storia. Non per nulla a Firenze sarà presente pure un nome pesante come l'ex-presidente della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, che ha sempre considerato la separazione delle carriere tra giudici e Pm l'anello mancante della riforma Vassalli. Questo pezzo di sinistra che si schiera per il «Sì» mette in evidenza una contraddizione: una volta, tanto tempo fa, nell'immaginario collettivo era la sinistra a essere «garantista» e la destra a essere giustizialista. Poi la questione morale agitata da Enrico Berlinguer nello scontro con Craxi, le lotte al terrorismo e alla mafia che hanno preteso strumenti che restringevano le garanzie e, ancora, la retorica di tangentopoli con i suoi eccessi, hanno inquinato il diritto con le logiche della politica capovolgendo la situazione. Eppure la separazione delle carriere era contenuta nelle tesi congressuali del Ppi nel '94 che Rosy Bindi oggi non ricorda, come pure nella mozione di Martina segretario del Pd nel 2019 votata da pure dalla responsabile giustizia Serracchiani. Era nelle conclusioni della Bicamerale presieduta De Mita e saltò quando il leader dc si dimise per l'arresto del fratello. O nella Bicamerale di D'Alema che non resse il confronto con i magistrati. Insomma, è stato un argomento sempre presente a sinistra.
Addirittura ha animato le discussioni in famiglia tra Cesare Salvi, ex-Pci ed ex-Ds, e il fratello Giovanni, ex-procuratore generale della Cassazione ora schierato per il «No»: Voi pm - diceva Cesare a Giovanni - siete troppo gasati. Dovete darvi una calmata».