All'inizio degli anni '90, quando Umberto Bossi girava in canottiera e ruggiva nei comizi delle piccole feste di paese del Nord, ero un giovane cronista. Il mio direttore dell'epoca, Giorgio Lago, dal Gazzettino mi spedì a una riunione della Lega Nord: «C'è uno strano signore, si chiama Bossi, vedi che tipo è», profetizzò. Era il Senatùr e ci spiegò che i terroni si mangiavano i soldi del Nord, e che chi non diceva questo era anche lui un terrone. Lo diceva con lo sguardo di un settentrionale dispiaciuto di non essere nato a Napoli o in quella meravigliosa Sicilia dove si candidò, perché Umberto Bossi non era un razzista, era solo un uomo di grande buon senso. La tabaccaia di fronte mi disse in un orecchio: «Io, che di mestiere vendo le cartelle del lotto, ho trovato uno che i numeri li dà, quelli veri». Si chiamava Loretta, votò la Lega per tutta la vita. Umberto Bossi era questo. Qualche anno dopo lo rividi con un'ampolla di vetro in mano scendere lungo il Po fino al bacino di San Marco a Venezia. Il malore l'aveva già acciaccato. Ma quel popolo vestito di verde con gli elmi da vichingo si alzava in piedi quando passava. Lo spazzarono via solo le scope di Roberto Maroni. La delusione per aver perso il filo di un racconto di legalità che la sua amata «Roma ladrona» in qualche modo gli aveva sporcato. Per piccole cose, forse per nulla. Ma che a lui pesavano. Perché fu lui l'unico politico italiano che riuscì a tenere testa a Silvio Berlusconi. I suoi modi spicci erano in verità raffinati. La sua laurea mai terminata, una scuola di vita.
La sua innovazione, che ha attraversato la storia dell'Italia dopo Tangentopoli, veniva dalla sinistra. Una sinistra che, ci sussurra ancora oggi che Bossi non c'è più, stava già smettendo all'epoca di parlare al popolo sovrano.