"Ho deciso di dimettermi perché, sin dall’inizio, ho improntato la mia azione di governo con provvedimenti incisivi contro la mafia". A dirlo è Andrea Delmastro Delle Vedove, ormai ex sottosegretario alla Giustizia che ha presentato ieri le dimissioni insieme al capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, dopo la vittoria del No al referendum e la bufera che ne è seguita.
"Non vorrei che una leggerezza indebolisse questa battaglia mia e del governo", dice al Corriere della Sera, "Non mi sono reso conto di chi avessi davanti fin quando il padre non è stato arrestato. Torno a svolgere il mio lavoro di deputato convinto che tutte le nebbie si diraderanno. Perché la mia biografia parla da sola nel contrasto a ogni forma di mafia".
Il parlamentare ripercorre poi la vicenda della società aperta con la 18enne Miriam Caroccia. "In quel locale si mangiava bene", spiega, "Lui (Mauro Caroccia, il padre di Miriam, ndr) sembrava il classico oste romano di una volta, di quelli che non ci sono più. Si lamentava del locale grande, delle spese alte. Voleva avviarne uno piccolo per la figlia. È nata l’idea di fare con lei questa attività, nella quale, ahimè, ho coinvolto amici biellesi. Abbiamo pagato quote societarie. E un finanziamento soci per far partire la società, mai riscosso. Mi sono fidato. Appena ho saputo che il padre era stato arrestato, ho ceduto le mie quote e ne sono uscito immediatamente. Non ho guadagnato un euro. Ci ho solo rimesso soldi". Quanto alle mancate cautele: "Sì, ma è cosa diversa da avanzare sospetti contro un uomo sotto tutela di livello alto, per aver contrastato fortemente la mafia. La mia storia parla per me, uno scivolone frutto di sprovvedutezza non può far dimenticare tutto", ha concluso.
Ma il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi non basta alla sinistra, ringalluzzita dal voto al referendum. Così Elly Schlein parla di "dimissioni tardive" e "capri espiatori", se la prende con Giorgia Meloni, sostenendo che si sia "chiusa da tre anni" nel palazzo. E poi c'è Giuseppe Conte, secondo cui nelle dimissioni "c'è un calcolo politico elettorale" e la premier "vede che inizia a franare il sistema e cerca di porre rimedio". "Se oggi ha deciso veramente di voltare pagina e di assumersi la responsabilità politica come Presidente del Consiglio, capo di un partito", dice, "dovrebbe essere coerente e azzerare tanti vertici di partito territoriali che sono indagati in base a circostanze e accuse ben precise".
Eppure un terremoto nel governo non fa comodo nemmeno alla sinistra, divisa da correnti e partiti spesso troppo diversi tra loro. Organizzare le primarie di coalizione non è immediato per un'opposizione così variegata. E lo sa bene lo stesso leader del M5S che infatti prende tempo.
"Se riusciamo a costruire un percorso che ci porterà, dopo un programma condiviso, a delle primarie che non siano divisive e laceranti, secondo me è la soluzione preferibile e soprattutto che siano aperte davvero al voto popolare", ha detto da Floris, "Adesso Meloni rimanga lì, prosegua, si assuma la responsabilità politica dei guai che sin qui ha combinato e soprattutto e soprattutto cerchi, dopo quattro anni e zero riforme, di fare qualcosa finalmente per le famiglie e per le imprese, per i cittadini che sono in difficoltà".