Qui scappano tutti. Non scappa Giorgia Meloni. Non scappa dal No che ha vinto il referendum. Non scappa dalla guerra che la vede protagonista in Europa. E non scappa dal difficile alleato Trump. Chi scappa, invece, è la sinistra, capace di attaccare sempre, in virtù di quel vizietto che è costato la sconfitta perenne al Pd dal 2007, anno veltronianus. L'idea cioè che le elezioni vere non contino. E che il consenso conti quando comoda e come piace. Lo ha fatto perfino Matteo Renzi, illudendosi che le elezioni europee che gli avevano portato il 40% fossero il viatico a Palazzo Chigi. Per poi dimettersi dopo un referendum. Sempre lontano dalle urne politiche. E ci ricasca Elly Schlein, la prima che ha vinto le primarie non truccate del Partito Democratico e che, proprio in virtù di questo, avrebbe dovuto capire che il referendum non sono le urne che decidono se lei sarà o non sarà la leader della sinistra. Scappa Giuseppe Conte, dalla commissione Covid e, in senso più lato, dalle responsabilità dei governi che invece lui guidò, quando, di fronte al Paese, chiede di tornare ad essere il leader della sinistra. Scappa Ilaria Salis. Prima dal processo in Ungheria grazie all'immunità. E ora dalle regole di quell'Europarlamento che l'ha salvata.
Scappa da una domanda molto semplice: chi è davvero il suo portaborse Ivan Bonnin? Perché se fosse il suo partner non potrebbe lavorare con lei. E se, come ripete dopo lo scoop de il Giornale, non lo è, allora quanto le costa spiegarci perché ha cambiato residenza proprio il giorno in cui è stata pubblicata la notizia?