L’intellettuale milita solo quando ha un ricco contratto

Lucia Annunziata non ha torto quando, a proposito del «ritorno triste dei mandarini», spiega su La Stampa che «le ragioni del continuo ricorso dei politici di sinistra al mondo della cultura sembrano essere oggi molto più funzionali, di breve periodo, insomma più meste, oltre che modeste». D’accordo, Gianni Amelio (per il film Lamerica?) e Claudio Magris (in quanto scrittore di frontiera?) sono stati chiamati dal ministro Amato a far parte dell’organismo che vigilerà sui temi dell’immigrazione. È possibile che Sandro Veronesi, romanziere idolatrato da Veltroni, vinca lo Strega sul filo di lana. E già finisce in prima pagina su l'Unità, subito apprezzata dall’assessore Vincenzo Vita, il lagnoso appello ai leader dell’Unione del regista Giuseppe Piccioni in merito ad una presunta «questione morale» riguardante il cinema.
A pensarci bene, però, sono inezie. L’intellettuale organico non esiste più, se perfino Citto Maselli, indomito cineasta affiliato a Rifondazione, intrattiene idilliaci rapporti con i dirigenti del Luce piazzati lì dal centrodestra. In effetti, quel tipo di intellettuale implicava un riferimento solido ad un partito, una «visione» gramsciana, mentre oggi registi, scrittori e artisti vengono ingaggiati dai governanti ulivisti a mo’ di fiori all’occhiello. Se va bene, forniscono marginali «contenuti» all’elaborazione della politica; non sono più radice di formazione della politica stessa. Naturalmente ringraziano commossi. Salvo poi ritrarsi se l’impegno gratuito farà saltare loro qualche ricco contratto.

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