«La situazione di stallo sotto il cielo denso degli accordi di moratoria: ecco il meglio che riusciamo a sperare per l'Europa. L'addomesticamento delle contraddizioni da questa parte e dall'altra. Non il loro smussamento: la loro minimizzazione in presenza e con l'aiuto della paura della catastrofe totale, che sembra essere l'alternativa allo status quo». Christa Wolf annota così, nei taccuini che poi confluiscono in Premesse a Cassandra (che ora e/o, editore italiano delle sue opere, riporta in libreria insieme a Cassandra, nell'ambito della ripubblicazione di tutti i suoi lavori in vista del centenario della nascita, il 18 marzo del 1929), la situazione di quell'anno in cui «il pericolo di una guerra atomica in Europa non è mai stato tanto grande», con sessantamila ordigni nucleari dormienti nei vari arsenali del mondo: è la fine del 1980 e lei osserva il mondo da Berlino, intesa come Berlino Est, Repubblica federale tedesca. La Ddr è l'habitat della scrittrice: la patria che non solo non ha abbandonato ma non ha neppure rinnegato, nonostante gli immensi nonostante possibili sotto uno dei regimi più controllanti e asfissianti del secondo dopoguerra.
Christa Wolf nasce a Landsberg an der Warthe, che poi diventerà Polonia, trascorre l'infanzia sotto il nazismo e, a vent'anni, diventa una socialista convinta; muore a Berlino l'1 dicembre 2011, dopo avere attraversato due dittature e la spaccatura del proprio Paese, acclamata come una delle più importanti scrittrici tedesche contemporanee e allo stesso tempo criticata per la sua adesione alla Ddr, che dopo il crollo del Muro molti, da Ovest, non le perdonano. Non conta che nel 1976 abbia difeso, insieme ad altri undici scrittori, il cantante e poeta Wolf Biermann dalla censura e dall'espulsione; non conta che sia stata a sua volta cacciata dall'Unione degli scrittori tedeschi. Quando la ricorda, dopo la morte, all'Accademia delle arti di Berlino, Günter Grass parla di «linciaggio» e di «indignazione ipocrita» da parte di giornalisti e intellettuali a cui il coraggio costava veramente pochissimo, dalla loro seggiola sicura nell'Occidente senza censura e senza Stasi.
La colpa delle colpe di Wolf è il fatto di avere pubblicato solo dopo il novembre del 1989 Che cosa resta: è il racconto della giornata di una donna sorvegliata dai servizi segreti e, soprattutto, di come questa donna sia sola, straniera in una patria che sente ormai lontana, benché la abbia amata e la ami moltissimo. È il tema al cuore dell'opera di Christa Wolf, quella che lei stessa definisce la «parola chiave» della sua ricerca: Cassandra. La sacerdotessa di Troia, la figlia adorata da Priamo, colei che ha il ricevuto il dono della veggenza ma che ha rifiutato l'amore ad Apollo e allora il dio, offeso, l'ha maledetta, e perciò nessuno le crede. E perciò Troia, la sua città tanto amata, cade sotto l'astuzia di Ulisse. Se Il cielo diviso, storia di un amore infranto dalla storia e dall'ideologia come la sua Germania è, nel 1963, il romanzo che le assicura la fama, vent'anni dopo, nel 1983, è Cassandra il capolavoro di Christa Wolf, e quindi è corretta la scelta dell'editore e/o di ripartire da qui, nel riproporre la sua opera (seguiranno Medea a giugno e Trama d'infanzia a settembre). Cassandra è il romanzo in cui, tornando alle radici (lo fa anche fisicamente, con un viaggio nel 1980), a quella civiltà greca che costituisce la nostra identità di europei, la scrittrice esplora non solo il mito, l'archeologia, il contesto storico di una figura dell'immaginario, ma anche il ruolo della letteratura, il proprio posto nel mondo, l'esistenza di una scrittura «al femminile», il destino della donna in Occidente, il rapporto dell'individuo con la collettività, il peso delle costrizioni e delle aspettative familiari e sociali, l'importanza di avere una propria voce (e di offrirne una a chi non ce l'ha), il potere e lo strazio del «vedere». Che cosa vede Cassandra? La realtà. Che cosa racconta? La storia della sua paura. Che cosa teme, di fronte ai leoni in pietra sulla porta di Micene, mentre Clitennestra e la morte la aspettano? Di non poter più essere viva, laddove «viva» significa «non evitare la cosa più difficile, cambiare l'immagine di sé». Che armi ha Cassandra? La parola, feticcio e superstizione «più profonda» dell'Occidente, eppure a questa fede nella parola Wolf confessa di essere «visceralmente attaccata»... Marx, che definiva l'antichità greca come la «fanciullezza» dell'uomo occidentale, non aveva capito niente: «La fanciullezza - scrive Wolf in Premesse a Cassandra - è invischiata in problemi di coscienza così stratificati che noi, gli ultravecchi, riusciamo a concepirli solo linearmente?».
Christa Wolf riscrive il mito con una lingua tutta sua, che diventa la lingua di Cassandra stessa: accade, nella storia della letteratura, che il valore di uno scrittore superi di molto quello della sua ideologia, che sia nera o rossa. È il caso di Christa Wolf.
Una scrittrice consapevole del rischio insito nell'arte, ovvero che «la viva esperienza in innumerevoli soggetti sia uccisa e seppellita»: l'autoannientamento, il destino di un mondo minacciato dall'atomica, il fato di Cassandra e delle sue profezie, in esilio a casa propria.