C’è un momento, in ogni storia che vale la pena raccontare, in cui il lettore capisce che non sta più camminando su un terreno sicuro. In “The Shadow” di Asia Werty quel momento arriva presto, e poi non smette più di arrivare, come un’onda che ti trascina sempre più al largo mentre tu credevi di toccare ancora il fondo. Ollie Davenport è una ragazza qualunque — o almeno così crede — in un college del Vermont che sembra uscito da un catalogo della New England più rassicurante: foglie rosse, caffè caldi, corridoi di legno scuro. Poi arriva Julian Redmond, e con lui quella crepa sottile che separa il mondo conosciuto dall’abisso. Werty non ha fretta. Costruisce l’innamoramento con la pazienza di chi sa che l’orrore più efficace è quello che si insinua nelle cose familiari, che contamina proprio ciò che amiamo. Ma chi sono, davvero, gli uomini ombra? Il romanzo offre una spiegazione fantascientifica — simbionti alieni, parassiti cosmici che hanno scelto la Terra come campo di battaglia — eppure la verità sta altrove, in quello che queste creature rappresentano. Gli Shadow Men non sono vampiri nel senso classico. Non succhiano sangue: consumano identità. Si nutrono di presenza, svuotano dall’interno lasciando intatta la superficie. Sono i divoratori di attenzione, i parassiti invisibili del nostro tempo. Quelle forze che si attaccano ai ragazzi e li trasformano in gusci perfettamente funzionanti ma vuoti dentro. Julian Redmond è bellissimo, magnetico, impossibile da ignorare. Ma è anche assente. Vive in una zona grigia tra la vita e qualcos’altro.

Non è questo il ritratto perfetto di un’intera generazione cresciuta con un piede nel reale e uno nel virtuale? Corpi presenti, anime altrove. L’algoritmo che ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso, la voce nella testa che ti dice che non sei abbastanza — ecco il simbionte contemporaneo. I vampiri di Stoker rappresentavano la paura dell’Altro, dello straniero che viene a corrompere le nostre donne e il nostro sangue. Erano metafore di invasione, di contagio, di aristocrazia predatoria. I vampiri della Gen Z sono diversi. Sono interni. Non vengono da fuori — sono già dentro casa, dentro lo schermo, dentro la testa. Werty lo capisce: i Redmond non irrompono nella vita di Ollie. Sono persone che lei sceglie, di cui si innamora, a cui si avvicina volontariamente. Ecco il vampirismo contemporaneo: non la violenza, ma la seduzione. Non la costrizione, ma l’adesione spontanea. I ragazzi non vengono rapiti dall’ombra — ci camminano dentro da soli, attratti dalla luce blu degli schermi come falene verso la fiamma. Il romanzo funziona su più livelli. C’è la superficie young adult, certo, l’amore impossibile tra la ragazza normale e il bello tenebroso. Ma sotto pulsa questa inquietudine generazionale, questa domanda che nessuno osa formulare: quanto sangue ombra scorre già nelle vene dei nostri figli? Una generazione che ha imparato a costruire personaggi social prima ancora di capire chi fosse davvero, che vive di like come i vampiri vivono di sangue — quanto è ancora “umana” nel senso che davamo a questa parola? Non nel senso dispregiativo. Nel senso che forse sta nascendo qualcosa di diverso, un ibrido, una creatura di confine che non è più quella dei padri ma non è ancora qualcos’altro di definito. La forza di Werty sta nel non spiegare troppo. Gli uomini ombra restano creature di confine, mai completamente rivelate, mai del tutto comprensibili. E quando Julian, nel finale che sa di tragedia greca, confessa a Ollie che suo fratello Pearson è morto da tempo — che lui stesso è lo Shadow Man — il colpo arriva secco, inevitabile come certi destini. Ma la vera sorpresa è Ollie. Scoprire che anche lei porta dentro quella stessa oscurità, che il sangue ombra scorre nelle sue vene, ribalta tutto il romanzo. Non era una storia d’amore tra la luce e il buio. Era una storia di riconoscimento tra creature che non sapevano ancora cosa fossero. E qui sta il colpo di genio: non esistono vittime pure. Non c’è un “noi” innocente e un “loro” mostruoso. Il confine è saltato. L’ombra è già nel sangue di tutti. Werty scrive con ritmo cinematografico — non a caso i Redmond nel romanzo sono figli di registi horror — e sa dosare le accelerazioni con i silenzi.
La Louisiana del finale, paludosa e mortifera, contrasta perfettamente con il Vermont autunnale dell’inizio: come se la storia dovesse scendere geograficamente verso il caldo marcio del Sud per trovare la sua verità. C’è una domanda alla fine di questo viaggio che resta sospesa, come un’ombra appunto: se i nostri ragazzi sono già creature del buio, cosa diventeranno quando smetteranno di fingere di appartenere ancora alla luce?