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Il socialismo italiano è stato sconfitto ma le sue idee sono ancora vive

Il socialismo italiano è stato sconfitto ma le sue idee sono ancora vive

Ieri è uscito il nuovo libro di Fabrizio Cicchitto, Odissea socialista (Rubbettino, pagg. 400, euro 29). È una resa dei conti, trafitta qua e là dal dolore del narratore, con la storia, con gli amici, con i morti. E soprattutto con lo sguardo fisso su una stella polare: «la Idea» la scrivo così, senza apostrofo e con la maiuscola, come la chiamavano i vecchi nella mia memoria di ragazzo che ha attraversato il Novecento e ne è uscita sconfitta, ma non cancellata: l'Idea socialista. Tutta un'altra cosa rispetto al comunismo, tutta un'altra cosa rispetto al fascismo. Eppure - ed è qui la tragedia - è proprio dal socialismo che sono nati quei due: i suoi peggiori nemici, figli spaiati uniti da un destino comune, quello di uccidere il padre. E bisogna dire che ci sono abbastanza riusciti. I socialisti sono spariti; sono rimasti i comunisti e i figli, per così dire renitenti, di quel Mussolini direttore dell'Avanti! Ma la Idea - sostiene Cicchitto - continua a brillare, tremolante ma inestirpabile nell'identità del popolo italiano. Vero o falso? Mah.

Cicchitto racconta questa storia da dentro. Finge di stare un passo indietro, parla spesso di sé in terza persona, ma poi riappare nei passaggi decisivi, con ricordi e dialoghi vissuti. Non è uno storico neutrale, né pretende di esserlo: è un combattente che torna sul campo, e questo si sente. Anch'io, per parte mia, ho qualcosa in comune con lui. Sono stato socialista, e pure lombardiano. Mi iscrissi nella sezione di Bergamo del Psi affascinato dalla figura diritta di Riccardo Lombardi: autonomia dai comunisti, dialogo e alleanza tra pari, per dar corpo a un'alternativa di sinistra nella libertà. Non ho fatto carriera e non volevo farla e sono presto approdato nel mio personalissimo partito feltriano, invero assai minoritario. Ma quell'imprinting mi è rimasto, e mi rende difficile leggere questo libro come un esercizio di memoria. Qui c'è carne viva.

La tesi è semplice e feroce: il socialismo italiano è stato sconfitto non solo dai suoi nemici, ma dai suoi stessi errori. La disgrazia comincia presto. Nenni non capisce che deve andare da solo; è convinto che il Psi sia più debole del Pci e finisce per piegarsi a una «umiliante subalternità». Il 2 giugno 1946 si meraviglia perfino di aver preso più voti di Togliatti (20,7 contro 18,7, con la Dc al 37,2). E invece di trarne le conseguenze, si consegna al Fronte Popolare sotto le insegne di Garibaldi, lasciandosi schiacciare dalla macchina comunista che gli sottrae quadri e parlamentari. Resta, incredibilmente, stalinista; restituisce il premio Stalin troppo tardi, quando i danni sono fatti. Da lì nasce anche la scissione di Saragat. Così la Democrazia cristiana vince e governa, e il Psi non impara la lezione. Eppure un'Italia socialista esisteva: non nei partiti, ma nella società. Un modo di essere e di pensare che non si riconosceva né nel clericalismo della Dc né nel dogmatismo del Pci. Ma sulla scena pubblica sembravano esistere solo loro: il famoso «bipolarismo imperfetto», come lo chiamò Giorgio Galli.

Qui Cicchitto colpisce duro. Non solo Togliatti, politico abilissimo e insieme spietato, ma soprattutto Antonio Gramsci. Ed è uno dei passaggi più sorprendenti del libro. Non tanto per difendere Matteotti, quanto per incrinare un mito oggi condiviso da destra e sinistra. Gramsci, in odio ai socialisti, arrivò ad attaccare Matteotti da morto, definendolo «pellegrino del nulla». È una pagina rimossa, che Cicchitto riporta alla luce per spiegare un vizio antico: in Italia il riformismo è stato guardato con sospetto, quando non con disprezzo.

In questo deserto emerge Craxi. Ed è qui che il libro cambia passo, diventa più personale e rivelatore. Craxi è il tentativo riuscito per un tratto di dare al socialismo un'identità autonoma. Occidentale, sì; schierata con l'America, ma non gregaria. È l'uomo che da premier schiera i missili Cruise, accettando la linea reaganiana contro gli SS20 sovietici; è quello di Sigonella, che tiene testa agli americani; ed è soprattutto il leader che, davanti a Moro prigioniero lui che non gli era certo amico cerca la strada

della trattativa per salvarlo. Non per calcolo, ma per umanitarismo: per quella Idea socialista che mette la vita prima della ragion di Stato, a differenza di comunisti e democristiani che con Moro reggevano il potere.

Craxi rompe gli equilibri, e per questo paga. Qui emerge uno dei passaggi più interessanti del libro. Un anno prima di Mani Pulite, Enrico Cuccia Mediobanca, cioè il cuore della finanza italiana, con la Fiat sullo sfondo e legami profondi con la finanza internazionale propone a Craxi un salto: puntare al presidenzialismo con l'appoggio dei poteri forti. Un progetto enorme, capace di cambiare il sistema politico, ma al prezzo di una subordinazione. Craxi rifiuta. Rifiuta perché vuole restare socialista e riformista, non diventare il candidato di quel sistema. E così resta solo. Ed è in quella solitudine che si prepara la sua fine.

Il nodo del finanziamento ai partiti attraversa tutto il libro. Quando il Psi era appiattito sul Pci, i soldi arrivavano da Mosca e dalle cooperative rosse; quando si spostò al centro-sinistra, dalle partecipazioni statali tramite la Dc. Craxi tenta l'autonomia anche finanziaria. Ma i partiti questo lo dico io non hanno mai avuto il coraggio della trasparenza. Quando Craxi dice la verità alla Camera, nel luglio 1993, è già troppo tardi. Diventa il bersaglio universale. Il cinghialone sì, lo scrissi io, e non ne vado orgoglioso che sbatte la testa contro un muro compatto: magistratura, poteri forti, sinistra.

E perde. Ma esce gigante. Sconfitto, ma gigante.

Cicchitto non nasconde nulla: distribuisce giudizi, salva Lombardi per rigore morale e intelligenza, riconosce a Nenni grandezza e cecità insieme, smonta molte mitologie del comunismo italiano e non risparmia neppure il suo campo. È un libro militante, nel senso migliore: non trucca le carte. È la sua vita, e non si scherza con la propria coscienza.

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