Il trentennale della morte di Renzo De Felice (1929-1996) dovrebbe essere un test d'intelligenza nazionale, così da capire se l'Italia abbia imparato qualcosa o se sia ricaduta nel vizio che lui combatté per tutta la vita: la riduzione del fascismo a insulto passepartout. De Felice non disse che il fascismo aveva fatto cose buone o cattive, disse che andavano capite, e cercò di sottrarlo al formulario morale, alla rendita verbale: lo riconsegnò alla Storia, ai documenti, alle differenze, alle fasi, alle responsabilità vere. De Felice costruì una biografia monumentale di Benito Mussolini e impose distinzioni che oggi sembrano ovvie, ma ai tempi non lo erano: tra fascismo-movimento e fascismo-regime, tra consenso e coercizione, tra fascismo e nazismo. Soprattutto, impose un metodo quasi banale: prima capire, poi giudicare. L'ha spiegato molto bene anche Paolo Mieli in uno dei suoi libri copia/incolla.
Aggiungiamo, prima di piangere l'oggi, che da lui, De Felice, non nacque una conventicola, ma una scuola: Emilio Gentile ha proseguito il lavoro sul totalitarismo e sulle religioni della politica; Giovanni Sabbatucci ha raccolto la serietà archivistica applicandola al fascismo e all'Italia repubblicana; Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato, Simona Colarizi e altri (vedi convegno al Senato il 16 e 17 aprile) hanno mostrato che De Felice non lasciava dietro di sé una provocazione, ma un criterio. Persino storici lontani da lui hanno dovuto misurarsi, è questo a farne un gigante: non mette tutti d'accordo, costringe tutti a camminare suo terreno.
Ed è, purtroppo, il terreno che fa registrare al Paese i regressi più evidenti. De Felice parlò del superamento dell'antifascismo come ideologia riflessa, come automatismo buono per una guerra civile simbolica ma non per una comprensione storica. Trent'anni dopo il fascismo è ridiventato una carta-jolly quando mancano argomenti, un'etichetta da stiracchiare contro un governo o un avversario, in un comizio o in un libro, per sparate televisive o post indignati. Laura Boldrini (intesa non come essere umano, ma come categoria comunicativa) proprio ieri, in un post, ha rivestito della solennità della "difesa della Repubblica antifascista" l'impedimento opposto a Montecitorio all'ingresso di esponenti di CasaPound e di skinhead; il che non rivela tanto un giudizio sui soggetti in questione (capirai) ma un riflesso mentale: l'antifascismo non è una categoria consapevole della Storia, è un riflesso da cane pavloviano.
In questo degrado si è infilato un avvilente antifascismo di mercato. Antonio Scurati, uno che ha fatto anche cose buone, con la sua saga di "M" è stato trasformato in un imprenditore morale del fascismo: Bompiani ha presentato "M." Il figlio del secolo come il primo romanzo sul fascismo raccontato dall'interno, divenuto poi spettacolo teatrale e serie televisiva; Scurati stesso ha spiegato che la sua narrazione doveva "mobilitare le coscienze" e produrre "repulsione". In effetti. Ovviamente non è Storia e neppure una sua parente: è pedagogia spettacolare, consumo etico del male in forma narrativa. Il fascismo come franchise culturale.
Da qui una fascia di mercato ancor più dozzinale, se possibile: libretti semplificati, collane moralistiche, fascismo per ragazzi. Feltrinelli ha pubblicato Dimmi cos'è il fascismo; Laterza ha messo in vetrina una collana "Fact Checking" dove già il titolo L'antifascismo non serve più a niente segnalava che il tema era divenuto un format. Non è revisionismo, è banalizzazione virtuosa, è il fascismo venduto come un testo di educazione civica con un cattivo in copertina. Intanto, a proposito di riflessi, il comunismo (altra categoria storica) continua a godere di un trattamento diciamo così, di speculare indulgenza. Feltrinelli a maggio manderà in libreria un libro di Luciano Canfora titolato Comunismo.
Un'altra storia dove l'idea comunista è narrata come domanda ancora irrisolta, promessa che sopravvive alle sconfitte: un doppio standard che De Felice avrebbe smontato in tre pagine e una nota, perché la sua lezione era questa: la Storia non distribuisce patenti morali (retroattive) ma impedisce che le parole divengano moneta falsa. Oggi fascismo e antifascismo sono spiccioli consunti, e non è un rigurgito politico, è una regressione culturale.