Alla fine della Seconda guerra mondiale, dalle macerie di un Vecchio continente distrutto, nasceva una ideologia europea fondata sulla scelta del pacifismo. Dopo il tramonto del comunismo, l'Unione europea progressivamente si diede una identità giuridica e si assegnò il compito di essere una forza diplomatica e mediatrice in un mondo dove la storia, secondo alcuni pensatori, era giunta al termine. A dire il vero, il Trattato di Maastricht fu firmato proprio nell'anno in cui la ferocia e la pulizia etnica divamparono nella ex Jugoslavia, ma si scelse di non guardare o di fare finta di nulla, perfino mentre gli aerei partivano dall'Italia per bombardare le posizioni serbe. Il faro rimaneva la pace perpetua teorizzata da Kant. Una pace che doveva nascere dall'accordo di più Stati. Ci voleva una confederazione che ponesse fine alle recriminazioni e ai nazionalismi. L'Unione europea poggia su queste basi traballanti, come abbiamo appena visto. Peggio, la storia si premurò di dimostrare che la notizia della sua fine era fortemente esagerata. E si rimise in moto. Iniziò l'epoca, lunghissima, degli attentati islamici, iniziata nel 2001 a New York, per poi arrivare in Europa, la strage di Nizza, per dire, risale al 2016, vent'anni fa esatti. L'Unione, che aveva rinunciato alle proprie radici per diventare terra di accoglienza, si trovò spiazzata. Per non imporre la propria identità, ed espiare le colpe del Novecento, aveva rinunciato ad averne una. E ora aveva poco da far valere con i nuovi ospiti, per niente colpiti dalla nostra generosità, e piuttosto intenzionati ad imporre le loro leggi (sacre).
Poi la Storia ha dato un altro colpo di acceleratore. Questa volta la guerra è tornata ai confini dell'Unione, in Ucraina, per poi estendersi al Medio oriente e all'Iran. E l'Unione ha potuto valutare il suo peso: inesistente o quasi. Nessuno si è preoccupato di avvertirla, e forse a Bruxelles pensano sia meglio così, visto che non sembra abbiano molte opzioni. Difficile contare qualcosa se non hai fucili da buttare sul piatto. Ancora più difficile e anche un po' antipatico presentarsi con la faccia dei buoni quando si è al sicuro grazie alle armi dei cattivi (gli americani). Esibire le munizioni per tacitare il nemico sarà brutale, ma le cose stanno da sempre così e per ora non si è trovato niente di alternativo. Ed ecco allora le velleità francesi, facciamo un esercito europeo, mettiamo l'atomica a disposizione e altre bizzarrie senza costrutto. Ed ecco i silenzi imbarazzanti di Ursula von der Leyen e degli altri capi delle istituzioni preposte al... niente. Ed ecco l'avanzare, e soprattutto il rinculare, in ordine sparso delle varie diplomazie che parlano un po' per sé e un po' per l'Europa, non si capisce. Ed ecco gli Stati Uniti stufi di pagare il conto della Nato per farci fare bella figura. Noi cittadini restiamo a bocca aperta. Sapevamo di non contare nulla dopo un secolo di guerra fratricida. Ma non pensavamo che qualcuno ci costruisse sopra una teoria talmente perniciosa e anacronistica da impedirci ogni mossa.
Un esempio da manuale di questa "mentalità europea" è il pensiero del filosofo Jürgen Habermas (18 giugno 1929 - 14 marzo 2026). È appena uscito postumo il libro intervista Per un mondo migliore. Colloqui con Stefan Müller-Doohm e Roman Yos (Feltrinelli, pagg. 240, euro 20). Un volume interessante anche per chi non avesse familiarità con la filosofia. L'intervista infatti permette al pensatore tedesco di esprimersi senza tecnicismi e di riflettere su una grande varietà di temi, anche suggeriti dall'attualità. Habermas esprime una fede solida nel progresso. L'Occidente non cadrà anche se subirà battute d'arresto in una lineare storia di avanzamento verso il trionfo della ragione.
Ma allora come affrontare la guerra in Ucraina? Risponde Habermas: "Ciò che fin dall'inizio mi ha preoccupato a proposito delle reazioni in Germania all'invasione dell'Ucraina, avvenuta in violazione del diritto internazionale, non è ovviamente lo spontaneo e risoluto schieramento contro il brutale aggressore, ma la costante ricaduta retorica in una mentalità bellicista. Mi ha sorpreso la rapidità con cui, tra le élite politiche e nella stampa, sono andati in frantumi gli approcci e le visioni faticosamente conquistati dopo la Seconda guerra mondiale. Mi ha anche irritato il grande clamore levatosi dalle tribune degli spettatori, sebbene tra le generazioni più giovani non sembri affatto cambiata una mentalità scarsamente disponibile alla difesa contro cui ora viene mobilitata l'efficienza bellica.
Non eravamo convinti di avere imparato che l'arcaica violenza della guerra è un mezzo osceno e, almeno in Europa, superato per risolvere i conflitti internazionali?". Insomma facciamo bene ad aiutare l'Ucraina ma la reazione della politica si è ridotta alla dimensione militare. Ma esiste una dimensione diplomatica senza le armi?