nostro inviato a Venezia
Bartolomeo Pietromarchi, sul Giornale dell'Arte, ha elencato i fatti con la precisione di un referto medico. Nessun artista italiano tra i 111 invitati alla Biennale di Venezia 2026. Nessun italiano tra i 106 partecipanti a Manifesta 16 Ruhr. Nessun film italiano in concorso a Cannes, in nessuna categoria. E, come sfondo che nessuno vorrebbe accostare alla cultura ma che dice la stessa cosa, la terza esclusione consecutiva della nazionale di calcio dai Mondiali. Pietromarchi legge questi dati come il sintomo di un sistema che non funziona: mancanza di filiere, scarsa valorizzazione dei giovani, istituzioni che non fanno rete. Ha ragione. C'è un'altra domanda che quei numeri portano con sé.
Non è una questione italiana, anche se l'Italia ne è il caso limite: siamo il Paese con il più grande patrimonio culturale al mondo. Per due secoli l'Occidente ha dato per scontata la propria centralità, ma ora si ritrova a scoprire che quella centralità era una condizione storica, non una legge naturale. La Biennale 2026 curata da Koyo Kouoh prima curatrice africana nella storia della manifestazione, scomparsa prima di vederla aprire non è una correzione di rotta né un gesto di riparazione simbolica. Registra uno spostamento reale del baricentro dell'arte contemporanea, che si è mosso verso sud e verso est mentre l'Europa guardava altrove.
L'altrove, nel caso italiano, è stato occupato da decenni di dibattito sulla tutela del patrimonio esistente senza pensare troppo alla produzione del patrimonio futuro. Si conserva, si restaura, si cataloga. Ed è giusto. È il nostro primo dovere. Però si finanzia poco la ricerca, si formano artisti poi abbandonati, non esiste una rete di istituzioni che parlino tra loro. Ma il punto non è solo organizzativo. Per affermarsi culturalmente bisogna avere una visione, una tensione verso il futuro. E l'Italia, come buona parte dell'Occidente, quella tensione l'ha perduta o non riesce più a tradurla in forme riconoscibili a livello globale.
Il calcio, di nuovo, è lo specchio più onesto. Tre esclusioni consecutive dai Mondiali non si spiegano con la sfortuna o con un commissario tecnico sbagliato. Si spiegano con un vivaio che non seleziona, una federazione che non pianifica, un sistema che premia la gestione dell'esistente invece dell'investimento sul nuovo. La cultura italiana funziona esattamente così. E come nel calcio, il momento della presa di coscienza coincide sempre con la pubblicazione delle liste gli invitati alla Biennale, i film in concorso a Cannes quando ormai non c'è più niente da fare se non commentare l'assenza.
Quello che manca non è un piano di rilancio.
È la consapevolezza che la cultura è uno strumento di potere, che le grandi kermesse internazionali non sono vetrine neutre ma campi di affermazione, e che chi non gioca perde non solo visibilità ma peso specifico nel modo in cui il mondo viene raccontato e interpretato. L'Italia ha il patrimonio per farlo. Non ha ancora deciso di volerlo fare.