C'è una curiosa assonanza fra la Paris sera toujours Paris, la rassicurante canzone che Maurice Chevalier incise nel novembre del 1939, quando la Seconda guerra mondiale era scoppiata da tre mesi, e l'infiammato discorso che il generale de Gaulle pronunciò all'Hotel de Ville nell'agosto del 1944, nel giorno in cui la capitale di Francia veniva ridata ai francesi: "Malgrado l'oscurità/ la sua luce non si spegnerà" diceva la prima, "Parigi oltraggiata/Parigi liberata" diceva il secondo e al "coraggio" che "brillava" cantato dalla voce suadente del suo più celebre chansonnier faceva eco la "Francia che combatte" della voce dell'unico che fin dall'inizio ci aveva creduto. E insomma se Parigi sarebbe stata per sempre Parigi era anche dovuto al fatto di essere il simbolo "dell'unica Francia, della vera Francia, della Francia eterna!".
In mezzo però c'erano stati quattro anni di occupazione, una sconfitta militare senza precedenti e un crollo politico delle istituzioni che se da un lato aveva dato vita a un effimero Stato, quello di Vichy, dall'altro era figlio di un discredito parlamentare che per tutti gli anni Trenta aveva corroso l'intero impianto repubblicano. Nel sottolineare quell'idea di una Francia, unica vera ed eterna, de Gaulle disegnava un'immagine che aveva più a che fare con una sua proiezione ideale che con la realtà effettuale delle cose, e però per certi versi non aveva del tutto torto, perché i miti, i simboli, le raffigurazioni poetiche non hanno niente a che vedere con la razionalità e se sono in conflitto con la storia la trasfigurano e se è il caso la riscrivono...
Di questo contrasto fra l'onta e la gloria, fra un passato di vergogna e la sua postuma ricostruzione nel nome della riscossa e dell'orgoglio nazionale, fa una brillante ricostruzione Patrick Bishop nel suo Parigi '44 (Gramma Feltrinelli, traduzione di Maurizio Bartocci, pagg. 457, euro 29) e il fatto che a farla sia uno storico inglese gli permette di non lasciarsi impancare nelle querelles ideologico-intellettuali tipiche invece degli studiosi francesi esercitatisi sullo stesso tema, anche se, va detto, il racconto di Bishop, per lo spazio dato a figure come Hemingway, Robert Capa, Salinger, se da un lato finisce per suonare familiare a un orecchio anglosassone, dall'altro lascia nell'ombra tutto quell'aspetto della vita intellettuale francese sotto l'occupazione che pure ha una sua importanza non secondaria. L'unica, seppure significativa eccezione, riguarda Robert Brasillach, ma liquidare Céline come "quel mezzo folle" e definire il tentato suicidio di Drieu "un'uscita di scena più teatrale" rispetto al fuggire da Parigi, è riduttivo e un po' corrivo. E non c'è traccia di nomi come Malraux, Aragon, Éluard, Paulhan, per citare solo qualche intellettuale di sinistra e non collaborazionista.
Il meglio di sé, del resto, Bishop lo dà come storico militare ed è esemplare, da questo punto di vista, sia la ricostruzione degli avvenimenti bellici all'indomani dello sbarco in Normandia e del lento procedere delle truppe alleate all'interno della Francia, sia la minuziosa ricostruzione della sollevazione parigina nei giorni che precedono l'entrata a Parigi delle truppe del generale francese Leclerc, una sollevazione che per quanto limitata e certo non da sola in grado di liberare la città, ha comunque le sue pagine di eroismo e di patriottismo.
Naturalmente, non si capisce la Parigi del 1944, quella che dà il titolo al libro, se non si parte da quella del giugno 1940, molto ben descritta dall'autore, svuotata per tre quarti dei suoi abitanti, all'incirca settecentomila rimasti rispetto agli oltre due milioni abituali, e costretti attoniti a vedere l'ingresso delle truppe tedesche lungo gli Champs-Élysées. La Francia si è arresa nel giro di un mese e poco più eppure, come riassume Bishop, tra la capitale e i tedeschi c'era un numero di divisioni pressoché eguale, un numero di carri armati e di aerei superiore, nonché, più in generale, una linea di fortificazioni, la famosa Linea Maginot, di cui si magnificava l'impenetrabilità. E invece, 85mila morti, un milione e mezzo di prigionieri.
È una débâcle di proporzioni catastrofiche e che sembra dar ragione a tutte quelle critiche che, da destra come da sinistra, hanno accompagnato l'intero arco politico degli anni Trenta in cui governi, corruzione e scandali si sono susseguiti e la credibilità del regime parlamentare si è dissolta. C'è di più. Il patto Molotov-Ribbentrop che ha sancito, ancora l'anno prima, la non belligeranza fra la Germania di Hitler e l'Unione sovietica di Stalin mette il Partito comunista francese, che è una componente importante della vita politica e intellettuale del Paese, nell'incredibile posizione di chi, per proprietà transitiva, considera come alleati i suoi occupanti. In un editoriale dell'Humanité, organo del partito che clandestinamente continua a uscire, si può leggere: "È particolarmente confortante, in questi tempi difficili, vedere così tanti operai parigini intrattenere rapporti amichevoli con i soldati tedeschi, sia per strada che nei bar di quartiere. Bravi, compagni! Continuate così, anche se questo irrita certi borghesi, ottusi e rancorosi".
C'è insomma un disfacimento che è anche morale, di confusione di valori, e non sorprende se il Paese accetti di affidarsi all'unica persona in grado in qualche modo di incarnarlo e di rassicurarlo, quel maresciallo Pétain che se da un lato rimanda a Verdun e alla Francia vittoriosa, dall'altro è estraneo a tutti i giochi di potere che negli anni successivi si sono avvicendati. E non va dimenticato che Pétain viene nominato dal Parlamento della Repubblica francese, che prima vota il proprio scioglimento e poi conferisce all'anziano ufficiale i pieni poteri.
Che i francesi stiano in quel momento con Pétain è un dato di fatto. Che "Parigi sarà sempre Parigi" pure, nel senso che il suo essere "la più bella città del mondo" si poggia non solo e non tanto sulle bellezze architettoniche, ma su quell'insieme di joie de vivre, effervescenza culturale, rifugio delle arti e degli artisti che ne ha plasmato la storia. Nella convivenza forzata con i tedeschi, come sottolinea Bishop, ci può essere opportunismo, convenienza, così come paura, ma l'elemento di fondo resta un po' quello della Grecia che, pur conquistata dai Romani, è maestra per quest'ultimi. Siete voi che dovete venire a imparare da noi cosa sia l'arte di vivere e di creare... È un po' il leit motiv che da Cocteau a Guitry, a Gide aleggia negli atteggiamenti e nelle frequentazioni dell'intellighenzia parigina e, sfrondata dai suoi elementi più triviali, ha una sua verità. Ed è un qualcosa che ha anche a che fare con il sentimento popolare, un tentativo di non rinunciare al proprio stile di vita, uno stile che contemplava sia la baguette sia il bordello e pazienza se a mangiare la prima e ad usufruire del secondo ci fossero anche i tedeschi nella loro qualità non di turisti ma di occupanti...
Un altro dato di fatto è che il primo colpo di pistola contro un militare tedesco avverrà dopo 14 mesi di occupazione e che, come scrive Bishop, "solo alla fine del 1943 la Resistenza raggiunse un livello di organizzazione e armamenti tale da poter aspirare a essere qualcosa di più di un semplice fastidio per il nemico". Va anche detto che è in questo arco di tempo che de Gaulle riesce finalmente a emergere da figura autoproclamatasi all'estero capo di una Francia libera che esiste solo nella sua testa, a leader politico in grado di rappresentare una valida alternativa. Al lento risvegliarsi dello spirito nazionale contribuirà anche il sempre più completo asservimento di Vichy al nemico e la sua sempre più evidente assenza di, come dire, glamour, di fascino. Paradossalmente, i suoi critici più intransigenti saranno quelli che la avrebbero voluta più filotedesca di quanto nei fatti già non lo fosse. Volevano l'ideologia oltre la burocrazia, la polizia, la pubblica amministrazione e insomma volevano troppo.
"Parigi sarà sempre Parigi" lo si vedrà anche al momento della liberazione, che viene dal di fuori, come abbiamo già detto, non dal di dentro.
A darne conto c'è la più incredibile concentrazione di fotografi, fotoreporter, cineoperatori, famosi e no, che la Seconda guerra mondiale metterà insieme, anche questo un modo di sottolinearne l'unicità e allo stesso tempo l'universalità.