E adesso tocca a noi. Oggi, dalle 7 alle 23, e domani dalle 7 alle 15, circa 51 milioni di italiani sono chiamati alle urne per pronunciarsi sulla riforma della giustizia. Un referendum confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione, per convalidare o meno la legge già approvata dal Parlamento che modifica alcuni aspetti dell’ordinamento della magistratura. Una delle caratteristiche principali di questo tipo di consultazione è l’assenza del quorum. A differenza di quanto avviene per i referendum abrogativi, il risultato sarà valido a prescindere dal numero degli elettori. Vincerà, tra il Sì o il No, chi ottiene anche un solo voto in più.
L’oggetto del contendere riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pm, l’accusa). Oggi le due figure appartengono allo stesso ordine e condividono lo stesso
sistema di autogoverno, il Csm. La riforma propone di distinguere più nettamente i due percorsi, in modo da assicurare la massima terzietà e indipendenza di chi giudica. Ecco perché le due figure avranno anche due Csm differenti. La composizione sarà la stessa: 2/3 di membri togati, 1/3 di membri laici (eletti dal Parlamento). Altro elemento centrale è il sorteggio. I magistrati che faranno parte dei nuovi Consigli Superiori saranno estratti a sorte tra le 9.400 toghe. Un meccanismo che scardinerebbe lo strapotere delle correnti che fino ad oggi hanno fatto il bello e il cattivo tempo su trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi e valutazione di professionalità.
Altra novità: l’Alta Corte Disciplinare. Un nuovo ordine composto da 15 membri che giudicherà le responsabilità disciplinari dei magistrati, sia giudicanti sia requirenti. Fino ad oggi se ne occupava una sezione del Csm che il più delle volte ha assolto tutti secondo il principio del «cane non mangia cane». Se vince il Sì, la riforma entra in vigore. Se vince il No, resta tutto com’è. Una legge costituzionale che ha scombussolato l’opposizione.
Per il Sì convinto, i partiti di maggioranza. Per il No, ufficialmente, Pd, Avs e M5S; anche se tra i dem, molti sono i dissidenti. Azione s’è smarcata e voterà convintamente Sì. Italia Viva, invece, ha scelto di lasciare libertà di voto ai propri supporter.