E invece una ce n’è. Nel coro compatto per il No che viene dal Palazzo di Giustizia di Milano in vista del referendum sulla giustizia ecco una voce fuori dal coro: un magistrato che ha il coraggio di dire a voce alta che il 22 marzo metterà nell’urna il suo Sì alla riforma costituzionale. Nome e cognome: Anna Ferrari, giudice di Corte d’appello nelle sezioni civili, ma con un passato da pubblico ministero.
Giudice Ferrari, a Milano ci sono quasi seicento magistrati. Lei è l’unica che voterà Si?
«Credo proprio di no».
E allora perché solo lei esce allo scoperto?
«Vede, io ho già superato la settima valutazione di professionalità, l’ultima».
Quindi può parlare liberamente...
«A condizionare i miei colleghi favorevoli al sì, e a sconsigliar loro di uscire allo scoperto, c’è sicuramente il comportamento dell’Anm che si è schierata compatta a favore del No, disinteressandosi degli orientamenti diversi che ci sono nella categoria. Poi è possibile che in molti, specie i più giovani, ci siano preoccupazioni per l’impatto che una scelta a favore del Sì può avere sul loro futuro professionale, perché poi a valutare gli avanzamenti di carriera sono organismi dove la voce dell’Anm è forte. Ma questa è una mia sensazione personale. Quello che conta è che il voto è libero e segreto, e anche questi colleghi potranno esprimere il loro consenso alla riforma».
Lei perché voterà Si?
«Perché penso che la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante è la logica conseguenza della riforma del codice di procedura penale introdotta nel 1989. Io quando ero all’università ho studiato sulle bozze di quella riforma e già allora era ben chiaro che il presupposto di tutto era la piena parità tra accusa e difesa».
Oggi non c’è quella parità?
«Io ho fatto anche il pubblico ministero, e so che soprattutto nei tribunali più piccoli la colleganza tra giudici e pm è un dato di fatto. Ci si conosce tutti. La separazione delle carriere è lo strumento per ristabilire una vera equidistanza».
L’Anm dice che una volta separato dai giudici il pubblico ministero diventerà una sorta di superpoliziotto, ancora più sordo ai diritti dell’imputato.
«Io da pubblico ministero citavo spesso una norma del codice, il secondo comma dell’articolo 358, che stabilisce che il pm deve raccogliere anche gli elementi a favore dell’accusato. E la sua violazione ha solo conseguenze nel singolo processo ma non costituisce una mancanza disciplinare. Il vulnus c’è già oggi, senza la separazione delle carriere. Con la riforma avremo un pubblico ministero separato dai giudici ma che avrà sempre la sua autonomia dal potere politico. Il Consiglio superiore della magistratura inquirente, separato da quella giudicante, avrà anch’esso a capo il Presidente della Repubblica, e questo mi sembra una garanzia fondamentale di indipendenza dal governo».
L’Anm dice che il sorteggio dei componenti manderà al Csm giudici impreparati.
«Io sono stata sorteggiata per un compito ancora più delicato: fare parte del Tribunale dei ministri, chiamato a giudicare i reati contestati ai componenti del governo. Lo prevede la legge, e io non mi sono sentito affatto inadeguata. Poi se qualcuno venisse sorteggiato e non se la sentisse, può tranquillamente rifiutare».
L’Anm sta raccontando esattamente l’opposto. Ma lei è iscritta all’Anm.
«Vero.