Nell'Italia delle toghe rosse, che lo dicono con vanto, lo scrivono nelle sentenze di clandestini liberati, di innocenti offesi, di Garlasco e di Zoncheddu, di pm che in preda al panico finiscono per dare dei mafiosi a «quelli che il Sì», una luce si accende. In quell'Italia, alla vigilia del referendum, da Milano dove tutto ebbe inizio, qui sotto la Madunina, nella galleria Vittorio Emanuele, a pochi passi dall'ufficio di Bettino Craxi, arriva il simbolo di un'epoca finita. Il segnale che qualcosa non solo deve cambiare, e cambierà, ma forse è già cambiato, all'insaputa degli sherpa del no. La stretta di mano fra Sergio Cusani e Gherardo Colombo. «Il colpevole» di Tangentopoli e il pm simbolo di Mani Pulite che firmò il suo mandato di cattura. Un gesto che si erge al rango di «gesta» di chi porta le piaghe dello tsunami giudiziario che ha cambiato la storia di questo Paese. Non si tratta solo dell'ex finanziere di Serafino Ferruzzi e Raul Gardini, ma dell'intero popolo italiano, noi che da trent'anni viviamo sulla nostra pelle la grande bugia della riforma Vassalli, il partigiano che tentò, invano, di mettere fine al processo inquisitorio di stampo fascista. Ignaro che sarebbe finito per esserne il grande cantore, fra menzogne e fake news, perché quegli avvocati dell'accusa erano ormai diventati più giudici dei loro stessi colleghi giudici.
Una distorsione del diritto cavalcata dai giornali e dalla tv da almeno tre decenni (mi ci metto per primo) passata indenne attraverso il ventennio berlusconiano con la scusa del conflitto di interessi che fu tenuto in piedi da Massimo D'Alema e dalla sinistra (che avrebbero potuto risolverlo con una semplice legge) proprio perché il progetto non era solo di immolare Berlusconi, ma di utilizzarlo come diga eterna contro la riforma che non avevano mai voluto.