L'addio a Felice Un bergamasco che faceva i fatti

Non sarà un addio, ma un arrivederci quello che stamattina, nella chiesa parrocchiale di Paladina, una quindicina di chilometri da Bergamo, un po' tutti daranno a Felice Gimondi. Familiari, amici, campioni ma anche tanta gente semplice, gente vera che da queste parti è abituata più a fare che a chiacchierare, un po' come lui la «nuvola rossa» che non mollava mai, che parlava poco e che bastava un'occhiata per farsi capire. Un'altra pasta Felice Gimondi. Un'altra generazione che oggi sembra la preistoria di un mondo che fu. Spazzato via alla stessa velocità di un tweet, con pochi caratteri perché ormai i concetti si esprimono in breve, non c'è più la pazienza per argomentare. Non ci sono più le sue bici, le maglie, i corridori che correvano per un tozzo di pane. Non ci sono più quelle facce lì, piene di rughe, imperfette, affaticate e struggenti nella loro semplicità. Non c'è più la storia di un ciclismo che riempiva le case, le metteva a tavola insieme davanti a un televisore che dava un senso alle giornate di paesini dimenticati dove per un anno non succedeva nulla e allora si aspettava solo la corsa. Oggi lo sport è di un'altra dimensione. E un'altra galassia dove Sagan e compagni (non tutti in verità) guadagnano cinque o sei milioni l'anno, dove i denari decidono corse, tracciati e arrivi, dove spesso conta più il look delle gambe. Ma non è cambiato solo il ciclismo. Non valgono più le parole, le strette di mano, la pacatezza e l'educazione. Va avanti chi urla più forte, chi insulta, chi si esibisce. Non vale più la fatica, meglio le scorciatoie. Vale più un grande fratello qualsiasi o l'approdo su una delle tante isole che ci siamo inventati che non il lavoro, l'applicazione, la serietà. Ed è talmente tutto vero che sembra quasi banale. Felice Gimondi, nel suo fantastico pragmatismo orobico, era esattamente il contrario di tutto ciò. Lontano, antico, fuori da un tempo che non c'è più e che più di qualcuno rimpiange. Ed è forse anche per questo che oggi saranno in tanti a Paladina a non dirgli addio ma solo arrivederci. Perché come ha detto ieri Ernesto Colnago: «Gente così non muore mai...».