Un anziano con la barba di un paio di giorni, i capelli spettinati, i vestiti informi e stropicciati. È la primavera del 1992: Vassilij Mitrokhin prende il treno da Mosca, dopo una notte di viaggio supera la frontiera dell'appena nata Lettonia e si presenta all'ambasciata americana di Riga. Chiede di parlare con qualcuno dei servizi segreti, ma i funzionari gli chiudono la porta in faccia. Non era proprio un barbone, racconteranno più tardi, ma una specie di contadino dall'aria impacciata, impossibile fidarsi. Mitrokhin non si dà per vinto. Qualche tempo dopo ci riprova con l'ambasciata britannica di Vilnius, in Lituania. L'unica diplomatica presente ha studiato russo e fa volentieri quattro chiacchiere. Mitrokhin ha un carrellino di quelli usati per la spesa, lo apre. Dentro, come copertura, ci sono delle salsicce, più sotto alcuni taccuini pieni di una scrittura fitta e incomprensibile.
Inizia così per lo spionaggio russo la più grande catastrofe di tutta la Guerra fredda. Le carte di Mitrokhin, colonnello e archivista del primo direttorato del Kgb, quello che si occupa delle attività all'estero, saranno definite in un rapporto della Cia "la più grande miniera d'oro di contro-intelligence dell'intero dopoguerra". Una volta tradotte e analizzate porteranno a indagare un migliaio di spie russe in 36 Paesi diversi, a cominciare da Stati Uniti e Gran Bretagna. Per quanto riguarda l'Italia il servizio segreto inglese, che ha accolto e preso in carico Mitrokhin, invia a Roma, trenta anni fa, un rapporto di oltre 600 pagine con 261 schede sulle operazioni e le complicità del Kgb nella Penisola. Per esaminare le carte il Parlamento decide di creare una commissione che per anni riempirà, con attività e polemiche, le pagine dei giornali.
A rimanere dietro le quinte per tutti questi anni è invece il protagonista della vicenda, Vassilij Nikitic Mitrokhin, appunto, di cui solo nelle settimane scorse è apparsa in Inghilterra la prima biografia, La spia in archivio, scritta da Gordon Corera, a lungo specialista della Bbc per i servizi segreti. Si scopre così che il protagonista di uno dei maggiori terremoti dello spionaggio mondiale è una specie di anti-James Bond: solitario, goffo, all'apparenza privo delle minime capacità sociali richieste a un agente segreto, ed evitato perfino dai colleghi per il carattere irritabile e lamentoso. Un'altra spia russa, passata agli inglesi, Oleg Gordievsky, lo racconta così: "Era il classico archivista, viveva tutto il giorno dietro due porte blindate, usciva per una quarantina di minuti all'ora di pranzo, in mensa sedeva da solo senza parlare con nessuno".
Eppure, agli inizi, Mitrokhin, classe 1922, sembra destinato a una carriera brillante. Fa il suo esordio alla fine della Seconda guerra mondiale, quando in Ucraina partecipa alla repressione del movimento nazionalista. Dopo la defezione racconterà che il ricordo di quel periodo, con migliaia di processi ed esecuzioni, continuava a riempirlo di orrore. Il Kgb lo manda in Israele, deve gestire le spie infiltrate tra i tanti ebrei sovietici emigrati in Palestina. Nel 1956 è a Melbourne per le Olimpiadi: ha il compito di tenere d'occhio gli atleti della delegazione sovietica. È l'ultima missione all'estero e qualche tempo dopo nel suo fascicolo appare la dizione infamante: "inadatto a compiti operativi". Non si sa che cosa sia successo, ai funzionari del servizio britannico Mi6, incaricati di raccogliere le sue dichiarazioni, l'interessato non lo spiega. Finisce per lavorare nei sotterranei della Lubjanka, dove fino alla morte di Stalin erano le celle adibite ad arresti e torture ed ora sono conservati i documenti più riservati. È un compito oscuro e senza gloria: il fallimento personale inizia ad alimentare il risentimento. In questo momento inizia a riflettere su tutta la "sporcizia", come la chiama, di un sistema costruito sulla menzogna, il tradimento, la sopraffazione.
Mitrokhin decide di prendersi la sua rivincita: un giorno renderà nota al mondo la verità. Prende appunti su operazioni riservate, nomi, date, incarichi e pagamenti; durante il week end nella sua dacia in campagna ricopia e mette in ordine, poi infila tutto in scatole metalliche e bidoni per il latte nascosti sotto il pavimento. Alla fine l'opera di una vita, l'archivio Mitrokhin, è composto da decine di bloc notes, quadernoni e grandi buste. Quando l'Unione Sovietica finisce di esistere la spia-archivista passa all'azione.
Al servizio segreto inglese pone due condizioni: il materiale dovrà essere pubblicato integralmente e tutta la sua famiglia dovrà essere "esfiltrata" in Occidente. Ci sono la moglie Nina, medico di successo, il figlio Vladimir, condannato alla sedia a rotelle da una malattia degenerativa, e la suocera ultraottantenne da cui Mitrokhin non vuole separarsi. Con un'avventurosa traversata in barca sul Baltico in tempesta, la fuga riesce; Mitrokhin e i suoi arrivano in Svezia. I tempi in cui le sue rivelazioni vengono rese note, dice il suo biografo Corera, non gli giovano. La Guerra fredda sembra ormai finita. In più l'ex archivista non è in possesso dei documenti originali che provano l'attività delle spie smascherate, il che può rendere difficile le condanne. Per questo contro di loro in molti casi si preferisce non agire in giudizio. Quando Mitrokhin muore, nel 2004, c'è un elemento che suona quasi ironico: grazie a Vladimir Putin l'istituzione che Mitrokhin voleva distruggere, il Kgb, ha raggiunto il potere più alto.
Quanto all'Italia, dice Corera, ha finito per considerare il caso come un'occasione di polemica politica interna, perdendo un po' di vista l'essenziale. E l'essenziale è l'evidente porosità delle istituzioni della Penisola allo spionaggio. Ad un certo punto solo il ministero degli Esteri schiera sul campo una trentina di funzionari al servizio dei russi. Come nelle migliori commedie all'italiana, conta molto il sesso. Un ambasciatore di Roma viene "beccato" dagli spioni russi addirittura per ben due volte a un festino con delle prostitute. Il caso tipico, che si ripete più volte, è quello del diplomatico filmato con l'amante sovietica, che poi finge di avere un marito o dichiara di essere stata costretta ad abortire minacciando rivelazioni. Il ricatto si mescola alle convinzioni politiche, visto che tra i dirigenti infedeli non manca chi si proclama comunista.
Naturalmente ci sono anche i soldi, come quelli versati all'allora Pci. Le carte di Mitrokhin raccontano nel dettaglio le consegne ai funzionari del partito, sempre con una procedura precisa: prima nei locali dell'ambasciata, poi la domenica mattina in luoghi della capitale scelti e presidiati da diplomatici russi e militanti fidati. Tutto, naturalmente, "cash".
Un dettaglio tornato alla mente dopo lo scoppio della guerra ucraina, quando Banca d'Italia rese noto che nei 18 mesi successivi all'inizio del conflitto l'ambasciata russa di Roma aveva movimentato qualche milione di euro in contanti, finiti non si sa bene a chi.