Le piccole patrie che cambiano il sogno americano

La grande epopea dell'America come terra delle opportunità sembra essere al tramonto. Disuguaglianze, tensioni razziali e scivoloni internazionali minacciano il grande sogno americano: ma è davvero morto?

Le piccole patrie che cambiano il sogno americano

«Cos'è successo al Sogno Americano?! Che si è avverato! Lo stiamo ammirando». Il cinismo del Comico mentre è intento a sedare una rivolta in una scena del film Watchmen esprime un pensiero comune per le strade d’America. Che fine ha fatto l’American dream? Esiste ancora? La domanda non ha una risposta facile. E forse non è posta nel modo corretto. Perché gli Usa non sono un Paese monolitico, uguale a se stesso nel tempo e nello spazio. Insomma gli Stati Uniti non sono quello che sembrano.

Un'America sempre meno bianca

C’è un tassello importante per provare ad avere un’idea su dove sia finito il sogno americano. Ed è quello di capire chi sono oggi gli americani, come sono cambiati e che direzione stanno prendendo come popolo e società. Una fotografia interessante arriva dall’ultimo censimento condotto tra il 2020 e il 2021. Il primo aspetto significativo è che per la prima volta dagli anni Trenta il ritmo di crescita della popolazione è diminuito. Ma il vero dato è che oggi solo il 57,8% della popolazione si identifica come bianca. Era il 63,7% nel 2010 e il 69% nel 2000. Di riflesso le minoranze sono sempre meno in minoranza. In una decade tutte hanno messo il segno più. Gli ispanici contano per il 18,7%; gli afroamericani per il 14,6%, gli asiatici per il 6%. Ma nelle risposte al quesito del censimento il 15% degli americani ha risposto di sentirsi di un’altra razza rispetto a quelle indicate. Il Paese quindi diventa sempre più vario e sfaccettato. Ma giocoforza diviso.

Sobborghi di Salt Lake City. L'Idaho è uno degli Stati che ha visto un aumento della popolazione nell'ultimo decennio

L'urlo delle minoranze

Nel 2021 è uscito un romanzo che prova a guardare dentro a quel sogno per capire se esiste e può essere esaudito. Nel comporre Elegie della patria (La Nave di Teseo) Ayad Akhtar è partito dall’esperienza dei genitori, due migranti di origine pakistana arrivati negli Usa nel 1965. «Le esistenze dei miei genitori», ha raccontato Akhtar in occasione della pubblicazione del libro, «erano la prova del fallimento della promessa americana. La loro integrazione non si è mai solamente realizzata. Sentivo parlare ogni giorno del sogno americano, di quanto siamo eccezionali, ma non trovavo conferme nella realtà».

La questione non è banale e non si limita solo a difficoltà di inserimento nella società per limiti culturali. Per Akhtar il problema è un altro, e cioè che gli Stati Uniti, in fondo, non hanno mai smesso di essere una colonia. Nel suo romanzo Akhtar racconta di un’insegnante, Mary Moroni, e della sua visione dell’America. Per Moroni il vero motore del sogno americano è il saccheggio della colonia, non più per il padrone britannico ma per se stessi.

Monumento del generale Lee imbrattato

«Da tempo addestrato a idolatrare i propri desideri piuttosto che a metterli in discussione, il turgido amor proprio americano era la patria della spoliazione», scrive nella overture del suo libro Akhtar. A partire dall’esperienza dei genitori l’autore sembra suggerire che se l’essenza del sogno americano è l’avidità buona e la ricerca della felicità una ricerca della ricchezza e se una cultura diversa, qual era quella dei genitori, non riesce appieno ad entrare in questo meccanismo, allora il sogno americano è un'illusione. E a cascata, scrive ancora Akhtar, anche tutto il resto è una mezza bugia: il crogiolo di culture che le valorizza, l’essere il faro della democrazia o addirittura l’essere la nazione eletta da dio. E guardando agli ultimi eventi qualche dubbio in effetti c’è.

I tre traumi dell'America di oggi

Tra il 2020 e 2021 succedono tre cose che stupiscono e preoccupano il mondo. La prima è la sollevazione razziale di Black Lives Matter seguita alla morte di George Floyd; la seconda è l’assalto di Capitol Hill e la terza l'abbandono caotico e mortale dall’Afghanistan dopo vent’anni di guerra. Tre momenti di rottura che hanno provocato un certo choc in quelle nazioni che vendevano l’America come Paese modello e terra delle opportunità.

A ben vedere il modello dello Zio Sam mostra delle crepe. Sul fronte della convivenza fra comunità le spaccature restano innumerevoli. Allo stesso tempo l’esplosione delle disuguaglianze ha incrinato la speranza di un avanzamento sociale com’era un tempo. Mentre altri pezzi della nazione sono in balia della crisi degli oppioidi, in particolare quelle regioni che che decenni hanno trainato il Paese creando la grande ricchezza d’America. Altre parti degli Stati Uniti non riescono invece a scendere a patti con una cultura delle armi spinta al limite che rende le sparatorie di massa un incubo ricorrente. Se ci limitassimo a questo elenco la risposta sul sogno americano sarebbe la stessa del Comico di Watchmen. Ma forse c’è qualcosa che va oltre. Va infatti tenuto a mente che gli Stati Uniti forse non esistono, o meglio esistono come somma di tante comunità diverse. Da qui il motto e pluribus unum.

Le piccole patrie

Nascere a Charleston, in West Virginia, è diverso che nascere a Houston, in Texas. Persino nascere a Fresno o Palo Alto, entrambe in California è un'altra cosa. L’aumento di diversità della società americana ha avuto l’effetto di moltiplicare le bolle. E la spaccatura tra destra e sinistra che si è creata negli ultimi anni ha creato schieramenti che non parlano e non comunicano tra loro. Persino i consumi culturali sono diversi: si frequentano luoghi diversi, si consumano film e libri agli antipodi e sempre più persone si circondano di amici, famigliari e colleghi che la pensano come loro mentre le occasioni di interazione con persone dell’altro schieramento sono sempre più rare. In più tutti sembrano più inclini all'aggressività. Una ricerca dell’Università del Maryland e della Louisiana State University ha mostrato come il 15% degli americani sostiene la violenza fisica contro i propri avversari.

In un contesto del genere il significato di sogno americano diventa diverso per ognuno. Per qualcuno può essere una carriera militare, per altri vedere la propria idea diventare una startup di successo, per altri ancora riuscire a farsi ammettere all’università grazie a una buona prestazione sportiva. Per altri invece il sogno americano è semplicemente lasciare la propria città in rovina. Il quadro che emerge è quello di una grande patria in ritirata e dell’alba di tante piccole patrie, un caleidoscopio di tanti piccoli sogni americani a misura di comunità che offuscano quel destino manifesto che oggi sembra sempre più sbiadito.

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