Emergono nuovi dettagli dall’inchiesta sulla sparatoria avvenuta nel boschetto di Rogoredo lo scorso 26 gennaio. Secondo quanto apprende l’Ansa da fonti qualificate, l’assistente capo della squadra investigativa del commissariato di Mecenate Carmelo Cinturrino, ora indagato con l’ipotesi di reato per omicidio volontario, avrebbe chiesto quotidianamente soldi e droga ad Abderrahim Mansouri, il 28enne pusher marocchino ucciso con un colpo di pistola alla testa. Le presunte richieste avanzate dal poliziotto alla vittima ammonterebbero a 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno.
I testimoni
Come anticipa ancora l’Ansa, alcuni conoscenti di Mansouri, sentiti dagli investigatori come persone informate sui fatti, hanno raccontato che la vittima, ad un certo punto, avrebbe respinto le richieste del poliziotto. Da quel momento avrebbe temuto eventuali ritorsioni da parte dell’agente indagato. Una circostanza che, se fosse confermata, rafforzerebbe l’ipotesi di una messinscena delineata dagli inquirenti nell’inchiesta per omicidio volontario coordinata dal procuratore Marcello Viola. Ma non è tutto.
“Voleva soldi anche da altri spacciatori”
L’assistente capo avrebbe preteso soldi anche da altri tossicodipendenti e pusher del quartiere Corvetto, un’altra piazza di spaccio del capoluogo lombardo. O almeno, questo è quanto sostengono alcune persone che, a seguito di quanto accaduto, si sono rivolte ai legali dei familiari di Mansouri, gli avvocati Debora di Piazza e Marco Romagnoli, i quali avrebbero fornito alla Procura di Milano e alla squadra mobile un elenco con eventuali nomi da sentire. “Ci metteva in fila”, avrebbe raccontato uno dei tossicodipendenti che conoscevano Cinturrino. Quest’ultimo era conosciuto in zona con lo pseudonimo di “Luca” e, in un’occasione, avrebbe preteso “nove euro in moneta” da uno sbandato. I racconti, la cui attendibilità è al vaglio degli inquirenti, finora sarebbero concordanti.
La versione di Cinturrino
Diversa, invece, la versione del poliziotto indagato per omicidio. Durante un incontro con il suo legale, l’avvocato Piero Porciani, il 41enne avrebbe ribadito di aver sparato alla vittima per legittima difesa: “Ho avuto paura”, sarebbero state le sue parole. Inoltre avrebbe negato di aver mai avuto contatti con spacciatori o avanzato loro richieste di soldi. Ma gli inquirenti, sulla scorta delle testimonianze raccolte, avrebbero ravvisato una gestione opaca dei controlli antidroga da parte dell’agente.
I dubbi sulla pistola
Resta da chiarire anche se la replica di una pistola a salve trovata sulla scena del crimine appartenesse a Mansouri. Chi indaga non esclude che possa essere stata portata sul luogo del delitto in un momento successivo. Un collega di Cinturrino, quello più vicino a lui al momento dello sparo, sarebbe andato a recuperare uno zaino al commissariato di Mecenate mentre la vittima era a terra agonizzante.
“Mi ha detto lui (Cinturrino ndr) di tornare in commissariato a prendere lo zaino, non sapevo cosa ci fosse dentro”, ha raccontato l’agente durante l’interrogatorio di giovedì mattina. Il 28enne è indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso con altri tre colleghi.