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Il "ragionevole dubbio" di chi assolse Stasi: "Sempio innocente fino a prova contraria"

Parla il giudice Stefano Vitelli, colui che pronunciò la sentenza di primo grado per il delitto di Garlasco. Il magistrato ha scritto un libro dalla struttura e dal contenuto originale, dal titolo “Il ragionevole dubbio di Garlasco”

Foto d'archivio
Foto d'archivio

È stato detto che “Il ragionevole dubbio di Garlasco” di Stefano Vitelli con Giuseppe Legato, edito da Piemme, sia un “volume-studio”, che non dovrebbe mancare tra gli addetti ai lavori nel campo della giurisprudenza. La verità è che questo libro fissa, una volta per tutte, dei confini sul delitto di Garlasco: sono i confini delle indagini e della verità giudiziaria, ma anche della ragione. In un mondo che percepisce l’omicidio di una giovane donna come un gioco delle parti, questo libro rappresenta una narrazione necessaria, oltre che estremamente interessante.

Stefano Vitelli è il magistrato che assolse Alberto Stasi in primo grado, nel corso di un processo con rito abbreviato. Stasi fu poi condannato in appello bis, dopo due assoluzioni (in secondo grado oltre che in primo), e la sua condanna a 16 anni fu confermata in Cassazione nel 2015. Eppure quello che al tempo fu ribattezzato come “il biondino dagli occhi di ghiaccio”, oggi viene percepito come innocente da una parte dell’opinione pubblica. Certo è che Vitelli lo assolse.

Non si pensi tuttavia che ne “Il ragionevole dubbio di Garlasco” ci siano tifoserie. Ci sono invece le riflessioni di un professionista che incarna il potere giudiziario, e non mancano i fatti. Fatti noti, in un certo senso, ma che di quando in quando l’opinione pubblica sembra dimenticare, come se quel 13 agosto 2007 non fosse accaduto nulla.

Chiara Poggi è stata uccisa, e le indagini riaperte nel 2025 gettano una nuova luce sul passato. Ed è proprio dal passato che giunge la voce di Vitelli, affinché si possa vedere con maggiore lucidità il presente. “L'elemento scientifico deve essere integrato, inserito nell'ambito di tutti gli altri elementi che provengono anche dalle testimonianze, da accertamenti di altro tipo, da anche argomentazioni, prove logiche”, dice il magistrato Vitelli a IlGiornale.

Dottor Vitelli, come mai ha deciso di scrivere questo libro?

“Non sono tanto d’accordo sulla definizione ‘libro-studio’. Io lo definirei un libro che vuole mostrare anche il dietro le quinte: un uomo che fa il giudice di fronte a un caso così misterioso, un rompicapo. Sì, all’interno sono presenti questioni tecniche, giuridiche, quindi da questo punto di vista si può parlare di studio, però non si può tralasciare tutta una parte di travaglio, di un percorso umano. Forse è anche l'aspetto più originale. Cioè non si parla solo della Bermani, per esempio, e non si parla solo della bicicletta”.

In che senso?

“È un argomento di cui si discute per chi si interessa di Garlasco da anni. Non si parla solo di che cosa ha detto il giudice di primo grado sulla questione bicicletta, sull’attendibilità della testimone. Si fa vedere che il giudice, nel decidere se sentire o no la testimone, decide di sentirla anche, non certo solo, alla luce di una bellissima conversazione con la mamma, con mia madre. Questo è un aspetto secondo me bello, il volto umano, la genesi di un percorso tormentato, difficile. Quindi secondo me, è anche un libro di confessione, di svelamento dei processi non solo mentali, intellettuali, ma anche umani”.

E c’è un tratto colto: esordisce citando una metafora della forzatura delle situazioni attraverso un aneddoto del libro di Mencio. E dappertutto si parla di filosofia, di argomenti culturali. Ce ne vuole parlare?

“Sono un studioso di filosofia da anni. Penso che studiare filosofia sia importantissimo in ogni professione, anche nella professione di giudice, perché ti aiuta a guardare le cose dall'alto. Ma io le dico solo una cosa, che se uno studia i grandi pensatori della umanità si rende conto ancora di più che tutte le verità, anche quelle ben più importanti, a livello generale, non solo per chi purtroppo ha vissuto il dramma di Garlasco, sono verità relative, verità che mutano. E qui va rispettato il giudicato, perché viene da giudici autorevoli e perché fa legge, ma non è una verità assoluta su cui si fonda la concezione del mondo. È una decisione contrastata, perché ha avuto anche dei contrasti di diversi pronunce, è una decisione relativa”.

Cioè?

“Quando uno ha un approccio anche filosofico, comprende bene come si sta parlando di questioni comunque opinabili, discutibili, che possono essere soggette a critiche e a superamenti, poiché il nostro ordinamento contempla la revisione. Il giudicato va rispettato, ma è una verità umana, è come tale, è fallibile: per secoli si è pensato che fosse il Sole a girare intorno alla Terra, ed era forse una verità che si riteneva a granitica, ma poi si è rivelata errata”.

Nel libro, e se n’è parlato anche nelle interviste tv, si racconta dell’aneddoto relativo alla telefonata di Stasi al 118. Si è rivolto a un suo amico per avere un punto di vista senza pregiudizi. Quanto è importante per un giudice liberarsi dal pregiudizio?

“È importantissimo chiudere il cervello innanzitutto, ma anche la ‘porta’, alle influenze esterne di fronte a questi processi mediatici. Perché comunque, più o meno consapevolmente, il rischio di esserne influenzato c’è. Quella telefonata era molto mediatica e quindi veniva trasmessa centinaia di volte nei programmi televisivi con tanto di commenti di opinionisti, non solo è stata sentita più volte durante il processo di primo grado. Quindi c'è sicuramente il rischio che anche il giudice tecnico possa essere influenzato. A me venne in mente questo mio vecchio amico di liceo, che sapevo essere un eremita e una persona di grandissima intelligenza emotiva. Lo andai a trovare, fu un incontro molto bello. Fra l'altro chi legge il libro capisce anche che fu un incontro che io ricordo con grande malinconia, con grande nostalgia. Ovviamente non è che io ho scritto quello che ho scritto in sentenza sulla telefonata - cioè che è solo un sospetto e non un indizio - perché ho sentito il mio amico. Il mio amico è un incontro importante che ha un valore umano, che concorre insieme al resto”.

Ovvero?

“Nel capitolo ci sono anche considerazioni ovviamente tecniche, filosofiche. C'è un insieme di ragionamenti per dire che solo un sospetto non è un indizio, però c'è anche quel profilo umano. Ho voluto mostrarlo, perché noi siamo uomini e quando ci troviamo di fronte a rompicapi del genere, magari facciamo considerazioni tecniche, ma poi ci si confida con l'amico vero, con la mamma. C'è quel momento più sincero, più semplice, più schietto”.

Lei racconta di come Stasi sia stato sottoposto a un processo mediatico prima ancora di entrare in un’aula di tribunale. Teme che la stessa sorte, da indagato, stia toccando ad Andrea Sempio?

“Lo posso dire in maniera più semplice. Se sono principi forti, solidi, di garanzia, e io penso che lo siano, devono ovviamente valere per tutti. Quindi non bisogna cadere in quel vizio che è ricorrente di predicare bene, perché magari è funzionale ai propri interessi immediati, e poi razzolare male quando hai altri interessi. Sempio è solo indagato, quindi è a maggior ragione innocente fino a prova contraria, fino a sentenza definitiva, e i processi mediatici non ci dovrebbero essere, si dovrebbe informare che è un'altra cosa, che cosa sta accadendo. E in questo c'è tutto l'interesse pubblico, perché è sicuramente una vicenda che desta smarrimento in tanti, quindi è giusto informare, eventualmente si faranno anche indagini d'inchiesta se ci sono stati dell'opacità, però rispettando le garanzie di tutti”.

Nel volume si parla di indagini vecchie e nuove, per esempio la Bpa o l'alibi informatico. Le indagini scientifiche sembrano essere oggi fondamentali, ma non andrebbero compenetrate con quelle tradizionali, in generale e non solo nel caso di specie?

“L'elemento scientifico deve essere integrato, inserito nell'ambito di tutti gli altri elementi che provengono anche dalle testimonianze, da accertamenti di altro tipo, da anche argomentazioni, prove logiche. C'è stato in questi ultimi anni un po' il mito della prova scientifica, la mistica del Dna. Comunque la prova scientifica offre degli elementi importanti, ma poi vanno calati nel contesto dell'indagine tradizionale, a maggior ragione in un caso così complesso. C'è bisogno del contributo di tanti, non solo dello scienziato, ma anche del vecchio bravo carabiniere, del vecchio bravo detective, e quindi anche di tutte le indagini tradizionali che ciò comporta”.

Perché la testimonianza della vicina Franca Bermani, sulla bici nera fuori casa Poggi la mattina del delitto, è così paradigmatica?

“Perché rappresenta un elemento forte di dissonanza con l'ipotesi accusatoria in primo grado. Era un'ipotesi lineare. Allora: io ho un Dna, sebbene discusso, sebbene con le sue criticità, sul pedale. Questo è un dato oggettivo. La Bermani sbaglia? La vista di una donna anziana non è la stessa cosa di una prova scientifica. Il problema è che la Bermani, a mio avviso, e ad avviso di molti, è attendibile. Questo è un fattore fortissimo di contrasto tra l'elemento scientifico e la prova tradizionale. E in questo contrasto si insinua forte già il ragionevole dubbio”.

Ci può spiegare?

“Quella bicicletta è ragionevolmente riferibile all'aggressione, anche solo come punto interrogativo. Ma non è di Stasi.

Non è la bicicletta utilizzata da Stasi su cui è stato trovato quel Dna che era il principale elemento indiziare a suo carico, ma che è successo? Io non lo so perché non combacino quei due tasselli del puzzle, però non combaciano e in questi casi, secondo me, bisogna fermarsi. Bisogna farlo se non si riesce a dare una spiegazione ragionevole e logicamente sostenibile a questo contrasto tra prova scientifica e prova testimoniale”.

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