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L’intelligenza artificiale uccide i vecchi videogiochi? No, gli utenti tirchi

Un enorme archivio online di videogiochi storici, Myrient, rischia di chiudere perché il costo dei server supera le donazioni ricevute. Sui social molti accusano l’intelligenza artificiale e la corsa ai data center, ma la causa principale sembra un’altra: la difficoltà di sostenere economicamente progetti digitali usati da centinaia di migliaia di persone ma quasi mai finanziati dagli stessi utenti

L’intelligenza artificiale uccide i vecchi videogiochi? No, gli utenti tirchi

L’AI sta uccidendo i vecchi videogiochi! Questo allarme lo troverete in molti magazine specializzati in questi giorni, e se non siete dentro a questo mondo vi chiederete cosa c’entra l’AI, e non ci siete potreste chiedervelo lo stesso, e se non ve lo chiedete ve lo spiego io: c’entra e non c’entra, ma più no che sì. Andiamo per ordine: un archivio enorme di videogiochi, quasi quattrocento terabyte di giochi di tutte le epoche, rischia di chiudere il prossimo 31 marzo. Si chiama Myrient (con un unico amministratore di cui si conosce solo il nome, Alexey), uno dei grandi archivi della preservazione videoludica online, uno di quei progetti (lungimiranti, quasi, e tra poco vi dico perché quasi) nati negli anni d’oro di internet, quando gli appassionati si mettevano insieme per conservare ciò che rischiava di sparire.

Giochi non più in commercio, dei primi cabinati che si trovavano nelle sale giochi e nei bar, e versioni dimenticate di giochi di vecchie console ormai introvabili (dai primi Super Mario a The Legend of Zelda, da Final Fantasy a Metal Gear, da Street Fighter a Sonic, cioè una buona parte della storia del videogioco degli ultimi quarant’anni). Il problema è molto semplice: mantenere online centinaia di terabyte costa. Il gestore ha spiegato di pagare oltre seimila dollari al mese di tasca propria per server e infrastruttura, e che le donazioni non bastano più. A fine marzo il sito potrebbe chiudere.

Sui social la reazione è stata immediata, e prevedibile, e cioè: è colpa dell’intelligenza artificiale! Ormai anche se battiamo il ginocchio contro un tavolo la colpa è dell’intelligenza artificiale (quando i maggiori disastri, dall’economia alla geopolitica, li stanno facendo umani non artificiali, naturalissimi, come avrebbe detto Nietzsche umani troppo umani).

La spiegazione circola già pronta, come tutte le spiegazioni semplici, come un quattro salti in padella: i data center dell’AI stanno divorando il mondo, l’hardware costa sempre di più, quindi gli archivi non supportati da grandi aziende chiudono o hanno già chiuso o rischiano di farlo come nel caso di Myrient.

Siccome le insurrezioni collettive con un solo colpevole (tipo passiamo tutti a Claude e lasciamo ChatGPT) mi insospettiscono, e siccome quei videogiochi fanno parte anche di me e della mia adolescenza, sono andato a approfondire, e la vicenda è un po’ più complicata. L’AI (e i fabbisogni dell’AI) non hanno attaccato Myrient né hanno cancellato i giochi né hanno mandato in crash i server. La causa diretta è molto più banale: i costi di mantenimento sono alti e le donazioni sono poche.

Per carità, la corsa all’AI qualcosa c’entra, almeno in parte. Negli ultimi anni la domanda di hardware è esplosa e quando i grandi comprano memoria, server, datacenter, chip, e capacità di calcolo su scala industriale, i prezzi salgono anche per chi gestisce progetti minuscoli rispetto ai colossi, quindi non è l’AI che chiude l’archivio, piuttosto l’attuale e frenetica economia dell’infrastruttura digitale, quindi sì, semplificando potremmo anche incolpare l’AI e tutto quello che c’è dietro.

Tuttavia il quadro cambia, come da un Andy Warhol originale a un poster di una Campbell’s Soup Can, quando si guardano i numeri. Myrient genera circa cinque petabyte di traffico al mese. Tradotto: milioni di gigabyte scaricati. Mi sono fatto due conti, tenendomi basso. È ragionevole stimare che un archivio del genere venga usato da centinaia di migliaia di persone, probabilmente molte di più. Stima prudente: mezzo milione di utenti. Il costo annuale del sito si aggira intorno ai settantaduemila dollari. Dividendo quella cifra per mezzo milione di utenti, la quota necessaria per mantenere l’archivio online sarebbe di circa quindici centesimi all’anno a persona. Quindici centesimi. Non al mese, non al giorno. All’anno. Molto meno che lamentarsi online.

E qui infatti la storia diventa meno tecnologica e più culturale, insomma, ragazzi: internet straborda di utenti pronti a difendere la memoria digitale, la preservazione dei videogiochi, la storia delle console e delle software house, con persone che protestano quando un archivio chiude o quando una piattaforma cancella contenuti storici (ne sa qualcosa Carlo Santagostino, informatico e docente e storico cultore dei videogiochi e attualmente anche direttore di Retrocomputer, a lui forse la storia dell’archivio che sta per essere cancellato toccherà meno, è lui l’archivio).

Solo che, mi viene da pensare: tante lagne e neppure un centesimo? Forse perché per vent’anni la rete ci ha abituato all’idea che tutto debba essere gratuito: software, archivi, musica, articoli, video, biblioteche digitali, anche Wikipedia, che tutti usano e nessuno paga, e quando si ventilò di far pagare un euro all’anno per Whatsapp, per poco non partì una presa della Bastiglia di Zuckerberg.

Infine, guardate dove mi spingo, mi viene in mente un’altra cosa, L’UNESCO. L’UNESCO protegge tradizioni, monumenti, pratiche culturali di ogni tipo, alcune importantissime, altre piuttosto curiose: l’arte dei pizzaioli napoletani, la falconeria, la dieta mediterranea, la transumanza delle mandrie, tra poco pure mia zia. L’UNESCO ha un bilancio annuale di centinaia di milioni di dollari per difendere il patrimonio culturale del pianeta (circa settecento milioni all’anno), importante o meno che sia, che ci frega, lo decidono loro. Nel frattempo un archivio digitale usato da centinaia di migliaia di persone rischia di sparire perché nessuno riesce a mettere insieme l’equivalente di quindici centesimi all’anno per utente.

Evidentemente proclamare un patrimonio dell’umanità è molto più facile che mantenerlo online. Comunque sia, se dovessero chiuderlo, c’è una soluzione per tutti che potrebbe funzionare perché non è religiosa: pregate Santagostino.

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