I supplenti non finiscono mai. Questa volta tocca alla Consulta

Risuona alta la voce della Corte costituzionale sul tema della disciplina del fine vita e delle coppie gay

I supplenti non finiscono mai. Questa volta tocca alla Consulta
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Risuona alta la voce della Corte costituzionale sul tema della disciplina del fine vita e delle coppie gay. Il messaggio al Parlamento del presidente Augusto Barbera (nella foto), dopo la relazione annuale della Consulta, non può prestarsi ad equivoci: «Se rimarrà l'inerzia, la Corte non potrà che intervenire».

L'appello del custode della Costituzione, giurista e politico navigato di lungo corso, soprattutto nel mare tempestoso della sinistra, ripropone un ruolo inossidabile: il supplente. In una democrazia sono essenziali i contrappesi tra i poteri, ma la situazione ideale resta la più semplice: quella in cui ogni organo esercita la propria funzione senza solleciti esterni da parte da altre componenti dello Stato, pronte a sostituirvisi in base alle proprie prerogative.

Sono decenni che l'Italia, allargando il tema, si trova a ricorrere a supplenti generati dal Palazzo per superare fasi di stallo. Non a caso gli ultimi due presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, sono stati entrambi rieletti per oliare un sistema che si era inceppato al momento di procedere all'elezione dell'inquilino del Colle alla scadenza naturale dei rispettivi mandati.

E, a discendere, l'elenco non finisce qui. Lo sconosciuto Giuseppe Conte, supplente nel 2019 per avviare il governo impossibile Lega-Cinque Stelle. La superstar Draghi, chiamato a furor di popolo a Palazzo Chigni nel 2021 per tenere insieme un Paese fiaccato dal Covid.

E a ritroso si arriva al supplente per eccellenza, Mario Monti, l'uomo-sistema individuato nel 2011, per traghettare il

Paese nel post-Berlusconi con un anticipo forzato e prematura.

L'appello di Barbera, rivolto ai legislatori, va ascoltato. Nel ricordo di tanti uomini della Provvidenza che spesso hanno fatto peggio di chi dovevano surrogare.

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