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Il pericolo Br che ritorna e l'eredità lasciata da Moro

Aldo Moro è morto perché voleva riformare questo Paese, aprirlo alla sinistra più ragionevole, democratica, europeista, moderna. Come voleva fare Marco Biagi, ammazzato nella sua Bologna il 19 marzo del 2002

Il pericolo Br che ritorna e l'eredità lasciata da Moro

"Dai cattivi maestri talvolta escono allievi violenti", aveva detto ieri al Giornale il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che come molti nel centrodestra sente puzza di piombo intorno al referendum della giustizia. I terroristi e gli anarchici votano "No", è il soccorso rosso alle toghe buoniste e più ideologiche che arriva anche dall'establishment Pd legato a Elly Schlein e da una buona parte (non tutta) del Movimento Cinque Stelle. Motivo in più per farsi qualche domanda.

"Conosco il fenomeno che la sinistra di allora aveva sottovalutato", ha ribadito Nordio nella sua intervista al nostro quotidiano. Non è un caso se ieri, nel giorno dell'anniversario della strage di Via Fani del 1978 in cui Aldo Moro fu sequestrato e i cinque agenti della sua scorta morirono, a Bologna siano riapparse scritte inquietanti e stelle a cinque punte: W le Nuove Br. Mentre il centrodestra ha chiesto una condanna unanime, dal presidente del senatori Pd Francesco Boccia è arrivata una farneticante considerazione giustificazionista: "Se usa questo armamentario polemico, la destra è disperata".

Ora, per usare una terminologia cara alla sinistra, oggi sappiamo chi sono "i compagni che sbagliano" e chi si dispera davvero. Si chiamano Arturo Parisi, Giuliano Pisapia, Stefano Ceccanti, Augusto Barbera, Enrico Morando, Marco Minniti, Roberto Giachetti, Paola Concia. Riformisti veri che preferiscono fare un pezzo di strada sulla corsia di destra piuttosto che rinunciare ai meriti di una riforma che giuristi sopraffini come Giuliano Vassalli avrebbero voluto compiere e che per troppo tempo è stata rimandata per lo "strapotere delle toghe" (ipse dixit al Financial Times).

Aldo Moro è morto perché voleva riformare questo Paese, aprirlo alla sinistra più ragionevole, democratica, europeista, moderna. Come voleva fare Marco Biagi, ammazzato nella sua Bologna il 19 marzo del 2002 per aver tentato di svecchiare "da sinistra" il mercato del lavoro e di disinnescare lo strapotere dei sindacati dentro i ministeri e nelle aziende. Come prima di lui voleva faare Massimo D'Antona, consulente dei governi di centrosinistra fatto fuori sempre dalle Nuove Br all'alba del nuovo millennio. Il Pd anziché raccogliere l'eredità di Moro e questi due eroi riformisti se ne è intestato solo a parole il ricordo. Flirtando al tempo stesso con quegli ambienti eversivi, portando in Parlamento epigoni dell'antagonismo rosso in cui è cresciuto l'odio che ha armato i carnefici dello statista e dei due giuslavoristi, gentaglia imbevuta della stessa ideologia anti sistema che porta oggi a identificare come bersagli le forze dell'ordine ma anche Giorgia Meloni e lo stesso Nordio, a bruciare le loro fotografie nelle piazze, a mescolare rivendicazioni sindacali firmate Cgil, istanze proPal e rigurgiti anarchici. Un humus dove in nome del solito fantasma di un eterno fascismo crescono rigogliosi estremismo filo Hamas, vendette contro Usa e Israele, Carc, hezbollah e pasdaran.

Nel nome di Alfredo Cospito, il leader anarchico recluso al carcere duro per aver sparato a un dirigente di Finmeccanica-Leonardo, il Pd da tempo chiede misure detentive più leggere, smascherato in questo squallido giochino dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (che si è beccato, guarda caso, una condanna appesa alla solita giurisprudenza ideologica). Il regime del 41bis che il Pd insiste da tempo per abolire nella lotta al terrorismo rosso, nero e islamico rappresenta un presidio irrinunciabile, soprattutto adesso che dietro le sbarre sta crescendo vorticosamente il rischio radicalizzazione.

Anche le Br, nuove o vecchie che siano, sono ugualmente contrarie al 41bis e alla riforma della giustizia, come a ogni altro cambiamento dello status quo che le ha rese "un male necessario", un tumore cresciuto dentro il mondo operaio e sindacale dal quale Maurizio Landini dice di aver preso le distanze. Eppure definisce "stupidate senza peso" quelle foto bruciate in piazza, dice che l'odio l'ha instillato il premier e il Guardasigilli, che è come dire che le ragazze in minigonna che finiscono stuprate "se la sono cercata". E dire che Moro a suo tempo quell'infame destino lo aveva scelto consapevolmente: voleva far rientrare nell'arco delle forze sinceramente democratiche l'eredità socialista e quel pezzo di Pci liberato dal giogo di Mosca. Non ce l'ha fatta, troppo poco si sa dei suoi veri carnefici per una consolidata incapacità della magistratura di cercare la verità, protetta dal facile alibi dei depistaggi e dall'alleanza tacita tra pm e giudici. Né può dirsi compiuta quella stagione del centrosinistra al potere iniziata con Romano Prodi e Massimo D'Alema e proseguito con leader dimezzati e Papi stranieri come Mario Monti - tutti e tre curiosamente schierati sul "No" - piegati dall'invincibile nemico in casa chiamato massimalismo, "il tutto, mai".

Se la sinistra europea ha una ragion d'essere è nelle riforme coraggiose, non certo nelle battaglie di retroguardia in cui si calpestano gli ideali del passato - una separazione delle carriere e un'Alta Corte rivendicata per anni - pur di titillare antagonisti e forcaioli in cambio di una teorica spallata.

Sono i compagni di strada, giusti o "sbagliati", riformisti o sfascisti, a dire agli italiani in che direzione far andare questo Paese. Il Pd ha rinunciato all'eredità di Moro, Biagi e D'Antona quando ha scelto gli assassini delle riforme e dei riformisti.

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