Alla fine del bellissimo evento che abbiamo organizzato insieme ad aprile a Roma, «L'Italia dei liberali», dopo alcune animate discussioni, un amico disse: «Un giorno ricorderemo con una risata i rimproveri di Tivelli». Quel giorno è arrivato davvero in fretta.
Luigi Tivelli è morto ieri a Roma: aveva 71 anni.
Giovanni Spadolini e l'Italia dei repubblicani ci avevano fatto incontrare e, con grande emozione ricordava sempre che lui da ragazzo aveva portato in spalla la bara di Ugo La Malfa. Ma amato era anche il suo vero e unico maestro, Giovanni Negri, a cui aveva dedicato numerosi premi ed eventi. Stimati erano poi Antonio Maccanico, Andrea Monorchio e Lamberto Dini. Insomma, la generazione di quell'altra Italia che con senso dello Stato e rigore istituzionale tenne in piedi la nostra «democrazia difficile» (Aldo Moro). Luigi Tivelli era però un singolare servitore di Stato perché aveva un tratto di creatività che poco si addice ai grigi ambienti ministeriali, non a caso, una delle parole che più usava era «intuizione». Due delle persone che più gli erano vicine, il presidente Lamberto Dini così lo ricorda: «Se ne va un grande amico con il quale ho condiviso nel corso degli anni tante battaglie politiche. Era un fine pensatore, pieno di iniziative. La sua ultima è stata quella di creare l'Academy di politica e cultura Giovanni Spadolini. Sono sconvolto»; mentre il suo stretto collaboratore, Francesco Subianco, nel pieno del dolore ci scrive: «Luigi voleva sempre darmi degli esempi, degli spunti e mi suggeriva di puntare sui contenuti, sulla cultura e sul merito. Diceva sempre che per lui contava solo questo oltre che essere un vero repubblicano in Repubblica».
Luigi Tivelli è stato per me in questi anni un caro amico e un maestro soprattutto sul «non governo» (termine che lo divertiva). Mi ha guidato da vicino nel capire come funziona la complessa macchina dello Stato e soprattutto ne esaltava il ruolo dei grand commis. Tra i più apprezzati di questa stagione: Ugo Zampetti, Fabrizio Castaldi e Ginevra Cerrina Feroni. A questo mondo, in cui la politica cede il passo per salire al grado di istituzione, Luigi Tivelli, per gli amici Gigi, univa una proficua attività di scrittura. Infatti, come mi ha fatto notare il comune amico Lamberto Dini, «era uomo di azione ma anche di pensiero», come non a caso lo era tutta quella generazione che crebbe nel mito spadoliniano e prima ancora lamalfiano. Infatti, negli ultimi anni non solo promuoveva eventi e convegni ma contribuiva a scrivere di politica e cultura sui principali quotidiani italiani, dal Tempo al Giornale, di cui era diventato editorialista. Tivelli infatti aveva due buone ragioni per essere felice di scrivere sullo storico quotidiano montanelliano: il primo riguardava il rapporto tra Spadolini e Montanelli e il secondo riguardava la stima che aveva per Tommaso Cerno. Spesso infatti, interrompeva le nostre lunghe chiamate dicendomi: «Adesso basta! Sta chiamando Cerno... che, sei più importante del direttore?». Il suo carattere e il suo tono erano soprattutto negli ultimi tempi diventati difficili da contenere anche per le persone che più gli volevano bene ed eravamo preoccupati proprio per la storia che rappresentava per questo Paese. Lui attaccava: «Hai un pessimo carattere e hai dei tratti di ombre inspiegabili». E io controbattevo: «Lei è una vecchia volpe che prima o poi finirà in pellicceria» (cit. Craxi).
Con il sorriso amaro ci siamo salutati l'ultima volta, consapevoli che la politica e i caratteri spesso dividono e separano più dei mari.
Ma alla fine, la parola magica che più si addice a lui me l'ha suggerita Gianfranco Fini: «Luigi è un uomo generoso». È vero. Era un uomo generoso, con i pregi e difetti di un repubblicano che aveva sentito su di sé il peso della Repubblica. Quella Repubblica che adesso lo richiama per un lungo e duraturo riposo.