Dobbiamo risalire a un tempo molto, molto lontano, per individuare l'inizio della storia. Tra dieci e sette milioni di anni fa, fra i primati che popolano il continente africano, una qualche mutazione fa sì che si separino due linee evolutive destinate a esiti assai diversi: una porta agli scimpanzé, l'altra conduce all'uomo. I fossili più antichi di ominini risalgono proprio a sette milioni di anni fa e sono stati scoperti in Ciad. Questi nostri antenati hanno nomi complicati: Sahelanthropus, Orrorin, Ardipithecus. Il loro cervello ha un volume medio fra i 300 e i 370 centimetri cubi - quello attuale di un essere umano è di 1.350 - il che non li differenzia granché dalle grandi scimmie, e nemmeno molto dal successivo Australopithecus, perlomeno dalle specie più antiche. Eppure, già nelle specie più "giovani" di Australopithecus, il cervello è, in media, il trenta per cento più grande rispetto a quello degli scimpanzé. Il risultato è che le prime specie Homo hanno un volume encefalico fra 500 e 900 centimetri cubi. Nel frattempo questi ominini hanno cominciato a produrre qualche utensile e a nutrirsi sempre più spesso di animali: la scimmia è diventata carnivora e nulla, da allora, sarà più lo stesso sotto il Sole.
La storia dell'evoluzione umana, così come la racconta Jean-Jacques Hublin, paleoantropologo di fama mondiale (sua la scoperta, in Marocco, dei più antichi fossili di Homo Sapiens, risalenti a 300mila anni fa) si svolge all'insegna di una lotta tanto antica quanto attuale, quella che gli esseri viventi combattono per ottenere energia dall'ambiente circostante; ed è da questa battaglia, sostiene Hublin in un saggio che è una specie di summa della sua lunga attività, che emerge La tirannia del cervello (Castelvecchi, pagg. 218, euro 20), come fattore dominante e determinante nella trasformazione della nostra specie. Ieri come oggi, le creature del pianeta cercano quel carburante e quello spazio vitale di cui necessitano per nutrirsi e sopravvivere; però gli uomini, già milioni di anni fa, hanno qualcosa di molto speciale da ricaricare: il cervello, che non si ferma mai, infatti va alimentato anche quando dormiamo. "Ogni neurone - spiega Hublin - si comporta come una minuscola batteria che deve essere ricaricata di continuo per poter sprigionare la propria energia in ogni momento". E siccome i nostri neuroni sono 86 miliardi, ecco perché il cervello rappresenta il due per cento del nostro peso ma assorbe da solo il 20 per cento del metabolismo basale (la quantità di energia a riposo), dieci volte di più rispetto alla media degli altri organi del corpo. E tutto comincia nelle pianure africane, due milioni di anni fa.
Il fatto è che all'epoca il paesaggio si "prosciuga" a causa di un cambiamento di clima, e quindi i vegetali a disposizione sono molto diminuiti: insomma, l'uomo deve cambiare dieta e diventare carnivoro. Ma per farlo deve imparare a cacciare, in competizione con animali decisamente meglio equipaggiati di lui come leoni, ghepardi, iene... Ed è a questo punto che il cervello, con la sua richiesta continua di carburante, spinge l'uomo a evolversi, affinando le tecniche di caccia con strumenti tecnologicamente sempre più avanzati, organizzando le battute in gruppo, diventando un campione nella corsa di resistenza e, alla fine, rendendo il cervello stesso ancora più grande e sviluppato. Insomma è un circolo, che comincia con l'ingresso fra i predatori: "Con questo nuovo modo di sfruttare l'ambiente, le funzioni cognitive assumono un'importanza sempre maggiore nel garantire il successo riproduttivo individuale e collettivo. Ormai il genere Homo è entrato in un processo di complessificazione comportamentale dal quale non uscirà più". In quel mondo di predatori e prede ha solo la propria intelligenza come arma e impara ad alimentarla, sfruttarla e migliorarla. Non solo. Nelle tribù di questi antichi cacciatori-raccoglitori, gli animali cacciati vengono ridistribuiti: comincia una condivisione delle risorse che è alla base della società umana. E all'interno di essa si delinea anche "una prima divisione dei compiti piuttosto netta tra i due sessi". E, piano piano, sorgeranno anche le disuguaglianze.
È così che il cervello raggiunge i 1.200 centimetri cubi di volume, quasi quelli dell'Homo Sapiens. La differenza di capacità cranica non è molta, ma fra le capacità cognitive c'è un abisso. Perché? Perché, spiega Hublin, Homo Sapiens segue una strada diversa, per esempio, dal cugino Neanderthal o di Denisova: più che aumentare ancora il volume del cervello, ne riorganizza le parti. Biologia, società, cultura, socialità e produttività sono un tutt'uno nella storia dell'uomo e del suo cervello. Per risparmiare energia, l'essere umano inizia a rallentare o sospendere alcune funzioni (come la riproduzione) e a suddividere il fabbisogno fra gli organi in modo diverso; è in questo contesto che l'andatura bipede diventa più conveniente, perché fa spendere meno rispetto alla quadrupedia. E ancora, cuocere gli alimenti, grazie al fuoco, consente di ridurre l'energia necessaria per la masticazione e la digestione e anche le dimensioni dei denti, delle mascelle e il volume della muscolatura a essi legata, e permette di anticipare lo svezzamento dei bambini.
Ma poi, nella nostra specie, accade qualcosa di ancora più straordinario, perché il cervello è un tiranno illuminato. Il fatto è questo: i bebè di Homo Sapiens nascono con un cervello molto più piccolo rispetto agli altri primati (per ragioni anatomiche e di nutrimento durante la gestazione), il quale quadruplica la propria dimensione attraverso un lungo processo di sviluppo, che dura anni. Ebbene "questa modalità di crescita molto particolare ha avuto conseguenze immense sulle proprietà del nostro encefalo, sul nostro modo di riprodurci, sulle strutture familiari delle società umane, ma anche sul nostro rapporto con il mondo e con gli altri". In particolare, la maturazione lenta del nostro cervello ha comportato la necessità di una riproduzione "cooperativa", in cui gli altri membri della società aiutano i genitori nel compito della nutrizione e una redistribuzione delle risorse, oltre ad avere favorito la socialità e la ricerca dell'interazione fin da piccoli. Soprattutto, lo sviluppo lento è collegato alla plasticità del nostro cervello, ovvero il fatto che possa continuare a cambiare, addirittura fino a età abbastanza avanzate; e la plasticità ha fatto sì che di fronte a un ambiente e a una realtà sociale sempre più complesse e sfidanti, le nostre capacità cognitive, comportamentali e di apprendimento migliorassero sempre di più. È così che le società più antiche hanno iniziato a sostentare i bambini e gli anziani, esattamente come oggi, ed è così che la trasformazione tecnologica ha preso piede, attraverso utensili sempre più raffinati, fino all'intelligenza artificiale, "un'esternalizzazione del cervello stesso nella sfera tecnica" che, come il suo corrispondente biologico, ha costi energetici molto elevati. "Gli esseri umani - scrive Hublin - hanno agito sulle condizioni evolutive del proprio cervello costruendo mondi sempre più artificiali sul piano materiale e più complessi su quello sociale.
Tra tutti i nostri organi, infatti, è senz'altro quello che si è evoluto di più nel corso degli ultimi trecentomila anni. In un certo senso possiamo dire che attraverso la retroazione tra ambiente e cervello sono stati gli uomini stessi a costruire il proprio cervello".