C'è un vecchio vizio a Canary Wharf, dove ha sede il Financial Times: quando fa comodo, scambiare il termometro per la febbre. Così giovedì il quotidiano londinese ha deciso di misurare l'Italia di Giorgia Meloni come fosse un laboratorio isolato, dimenticando che l'economia europea è entrata in una frenata sincronizzata e che il motore tedesco quello a cui siamo agganciati per export, filiere produttive e meccanica tossisce da mesi. Ma si sa: quando la Germania rallenta, per il FT è congiuntura; quando l'Italia tiene, è sopravvivenza.
L'analisi firmata da Amy Kazmin ha il tono grave delle sentenze già scritte: conti pubblici stabilizzati, sì; ma salari, crescita, riforme, no. Un giudizio che suona elegante, progressista, apparentemente neutro. In realtà è il solito spartito: l'Italia non fa mai abbastanza, soprattutto quando non obbedisce al catechismo ideologico di chi guarda il Paese da Canary Wharf. E guarda caso l'articolo esce alla vigilia della conferenza stampa della premier, quasi a dettare l'agenda delle domande da porre, quasi a suggerire all'opposizione i titoli da battere.
Il Financial Times non è un giornaletto di partito, ci mancherebbe. Ma non è nemmeno un foglio privo di inclinazioni culturali. Da anni coltiva una sensibilità progressista, tecnocratica, spesso indulgente con governi che promettono redistribuzione e riforme miracolose salvo poi lasciare debiti e stagnazione. Con Meloni, invece, il metro cambia: la stabilità non è un valore, è un accidente; il rigore non è virtù, è inerzia; la prudenza non è responsabilità, è mancanza di visione.
Eppure, basterebbe ascoltare senza pregiudizio - cosa che per l'opposizione sembra esercizio impossibile - le risposte date sabato dalla premier alla folla di giornalisti accorsa per il confronto annuale. Meloni non ha venduto sogni né scorciatoie. Con il tono asciutto cui ci ha abituato, ha ricordato che l'Italia non può fare politiche salariali nel vuoto, quasi fosse un'isola felice in un continente che cresce zero. Ha ribadito che la produttività non si alza per decreto, né con i bonus a pioggia tanto cari ai governi precedenti, ma con investimenti, tempo, riforme silenziose. Ha spiegato che la competitività si costruisce mentre si tengono in ordine i conti, non dopo averli fatti saltare.
Qui sta il punto che al FT sfugge o che finge di non vedere. L'Italia che oggi non esplode, mentre la Francia annaspa e la Germania arretra, non è un miracolo: è il risultato di una linea che ha scelto di non comprare consenso a debito. Dire che «molti italiani si chiedono cosa sia stato fatto» è facile. Più difficile è dire cosa sarebbe accaduto se, con inflazione, tassi alti e domanda estera debole, il governo avesse imboccato la strada delle promesse costose e delle riforme ideologiche.
Sui salari il Financial Times chiede risposte immediate. Ma non dice che i salari reali si difendono prima di tutto evitando crisi finanziarie, impennate dello spread e manovre correttive lacrime e sangue. Non dice che il potere d'acquisto non cresce se l'industria perde commesse perché Berlino è in recessione tecnica. Non dice che l'export italiano soffre non per colpa di Palazzo Chigi, ma perché il principale cliente europeo è fermo.
Quanto alla presunta assenza di una strategia, siamo al paradosso. La strategia di Meloni piaccia o no è dichiarata: gradualità, credibilità internazionale, uso selettivo delle risorse, niente scorciatoie elettorali. È una strategia che non fa titoli, non accende entusiasmi, non soddisfa chi pretende riforme epocali ogni sei mesi. Ma è l'unica compatibile con un Paese che ha già sperimentato cosa succede quando si confonde il coraggio con l'imprudenza.
Il tempismo dell'analisi del quotidiano londinese non è neutro. Pubblicarla il giorno prima della conferenza della premier significa inserirsi nel dibattito politico italiano, offrendo munizioni a un'opposizione che fatica a trovare una propria narrazione. È legittimo, per carità. Ma allora si abbia l'onestà di ammettere che non si tratta solo di economia, bensì di politica. E di una politica letta sempre con le stesse lenti.
Il governo Meloni non è esente da critiche. Nessun governo lo è. È vero ad esempio che ha abbracciato la logica delle partecipate pubbliche, non riducendone il perimetro; che non ha scalfito più che tanto la spesa; che ha mostrato timidezza sul fronte fiscale. Ma ridurre il suo bilancio a «deludentemente poco» mentre l'Europa rallenta e i conti italiani tengono, è un esercizio di miopia.
Se non di malafede. Forse il problema non è ciò che l'Italia ha fatto. Forse è che non ha fatto ciò che a Londra avrebbero voluto. E questa, più che un'analisi economica, somiglia a un avvio di campagna elettorale scritta in inglese.