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Escalation o trattative: ecco chi sono i quattro uomini che possono decidere il destino dell’Iran

Non è ancora chiaro chi prenderà il posto di Khamenei. E intanto l’Assemblea degli Esperti chiamata ad eleggere la Guida Suprema finisce sotto l’attacco Usa

Escalation o trattative: ecco chi sono i quattro uomini che possono decidere il destino dell’Iran

I leader del regime iraniano sono sotto assedio. L’aviazione di Stati Uniti e Israele ha oggi attaccato una riunione dell’Assemblea degli Esperti a Qom che era stata convocata per scegliere il successore di Ali Khamenei, ucciso sabato scorso in un raid lanciato Tel Aviv, con il supporto di Washington, contro il compound governativo collocato nel cuore della capitale iraniana. I media di Teheran hanno smentito la notizia sostenendo che l’edificio bombardato era stato evacuato poco prima. A rimarcare la minaccia ai vertici della Repubblica Islamica ci pensa Donald Trump che ha dichiarato che 49 alti esponenti iraniani sono stati uccisi aggiungendo che per la nuova leadership del Paese mediorientale “la maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte”.

Mentre il presidente americano evoca la possibilità di lavorare con una nuova dirigenza a Teheran se, dopo la guerra, dovesse insediarsi un governo diverso, e in attesa di capire quali elementi del regime sono stati risparmiati dai blitz americani e israeliani, ci si interroga su chi, nei prossimi giorni o settimane, potrebbe prendere le redini dell’Iran.

Sarebbero in particolare quattro, scrive il Daily Telegraph, gli uomini che si contendono la leadership post-Khamenei. Il primo è Alireza Arafi, il religioso 67enne membro del Consiglio dei Guardiani a capo delle infrastrutture per l’istruzione religiosa dell’Iran. Arafi, che gode del sostegno di Mosca come indicato da un viaggio compiuto in Russia nel 2023, potrebbe essere una delle scelte migliori del regime in cerca di una via d'uscita dal conflitto. Se i religiosi islamici dovessero selezionarlo come prossima Guida Suprema, il segnale al mondo esterno sarebbe infatti quello della volontà di ritornare al tavolo dei negoziati.

La scelta di Arafi significherebbe però che il vero potere sarebbe in mano alla famiglia Larijani, e cioè di Ali Larijani, tra i più stretti consiglieri di Khamenei, e di suo fratello Sadeq. Secondo gli analisti, i Larijani eserciterebbero il controllo effettivo ricorrendo alla mediazione dell’Oman per arrivare ad un cessate il fuoco che mantenga gli interessi fondamentali del regime: porre fine agli attacchi, mantenere una certa capacità nucleare ed evitare un cambio di regime. Contrari a questa soluzione sarebbero i sostenitori della linea dura, i comandanti delle Guardie della Rivoluzione che chiedono vendetta per i colleghi che sono stati uccisi e i religiosi che hanno emesso delle fatwe per vendicare l’uccisione di Khamenei.

Una seconda figura che potrebbe essere selezionata come nuovo leader di Teheran è Mohammad Mehdi Mirbagheri, un religioso seguace della teologia apocalittica e della politica assolutista. Mirbagheri ha affermato che “per raggiungere l’obiettivo della prossimità divina, anche se venisse uccisa metà della popolazione mondiale, ne varrebbe la pena”. Parole che lasciano immaginare come tale esponente potrebbe applicare la sua visione estremista alla politica interna ed estera. Se i religiosi iraniani dovessero sceglierlo, si tratterebbe della vittoria dell’opzione della guerra totale. In tal caso, Mirbagheri potrebbe ordinare continui attacchi alle portaerei e alle infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita e mantenere la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Il terzo elemento che potrebbe salire al potere è Sadeq Larijani, il già menzionato fratello di Ali, che potrebbe attuare una politica di “sopravvivenza pragmatica”. Gli osservatori ritengono che Sadeq perseguirebbe le politiche di Khamenei senza il suo carisma, mantenendo il confronto con l’Occidente evitando l’escalation suicida, salvaguardando il programma nucleare senza trascurare la strada diplomatica e reprimendo il dissenso ma consentendo riforme economiche limitate.

L’ultimo profilo al centro dell’attenzione internazionale è Mojtaba Khamenei, il secondo figlio dell’ex Guida Suprema, che ha operato per anni come vice non ufficiale del padre e suo potenziale successore. Una possibile dittatura militare potrebbe prendere il potere imponendo Khamenei con la forza. In questo scenario, l’Iran diventerebbe un regime militare, non più quindi teocratico.

Sin qui, le figure che potrebbero determinare il futuro della Repubblica Islamica.

Gli osservatori mettono però in guardia dall’ipotesi che un colpo di Stato, come nel caso di Mojtaba Khamenei, possa portare ad una guerra civile e all’esplosione di movimenti separatisti con conseguente balcanizzazione dell’Iran. Un incubo sia per Teheran che per i suoi vicini mediorientali.

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