La risoluzione pacifica del dossier iraniano è appesa ad un filo. Già oggi potrebbero arrivare indicazioni su quale direzione prenderà il confronto tra Washington e Teheran e se il dialogo, per quanto precario, lascerà il posto alle armi. In queste ore infatti a Muscat, in Oman, è atteso l’incontro tra l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi. Stando a quanto riportato da Al Jazeera, il meeting prenderà in esame, tra i vari punti, il programma nucleare e missilistico del regime islamico e un possibile patto di non aggressione tra i due storici nemici.
Sullo sfondo del vertice, incombe però il potenziamento della presenza militare americana in Medio Oriente che suggerisce come il Pentagono sia pronto a ricevere eventuali ordini dell'imprevedibile Donald Trump. E mentre si susseguono indiscrezioni sulle opzioni di attacco degli Stati Uniti finalizzate a porre fine al regime teocratico, anche la Repubblica Islamica sembra prepararsi al peggio.
A riferire in maniera dettagliata i piani di Teheran è l’agenzia iraniana Tasnim, non a caso affiliata al corpo delle Guardie Rivoluzionarie, secondo cui il regime degli ayatollah punterebbe a lanciare un “colossale contrattacco” contro obiettivi statunitensi e a provocare una crisi economica su scala globale. Lo scenario che trapela rende evidente come l’Iran si aspetti un’azione Usa ben più massiccia di quella andata in scena lo scorso giugno, in grado potenzialmente di mettere in pericolo la sopravvivenza della Repubblica Islamica.
Il piano di Teheran si svilupperebbe in cinque fasi e si aprirebbe con un attacco di Washington ai siti nucleari, alle installazioni militari e alle basi delle Guardie Rivoluzione, molte delle quali collocate in aree densamente abitate. I raid dovrebbero essere lanciati dal gruppo di attacco guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, dai bombardieri strategici e da sistemi a terra situati nei Paesi alleati di Washington.
Per prepararsi a resistere alla potenza di fuoco statunitense, il regime avrebbe rafforzato e disperso gli asset “critici”, costruendo strutture di comando alternative e sviluppando strutture sotterranee che sopravviverebbero ai raid iniziali. Il calcolo di Teheran, sostiene Tasnim, si basa non sul prevenire i danni ma sul mantenere una sufficiente capacità di lanciare un contrattacco. Lo conferma il generale Abdolrahim Mousavi, capo di gabinetto delle forze armate iraniane, che dichiara che dopo la guerra dei 12 giorni dell’anno scorso “abbiamo cambiato la nostra dottrina militare da difensiva ad offensiva adottando una politica di guerra asimmetrica e di reazione schiacciante nei confronti dell’avversario”.
Superata la prima fase, nel giro di ore, Teheran lancerebbe raffiche di missili balistici e droni contro le installazioni Usa in tutta la regione. Tra gli obiettivi principali ci sarebbero la base aerea di Al-Udeid, in Qatar, e la base di Ali Al Salem e il centro logistico di Camp Arifjan, in Kuwait. Anche strutture negli Emirati Arabi Uniti e un’installazione in Siria verrebbero prese di mira dalla Repubblica Islamica.
La strategia iraniana, nello scenario piuttosto “ottimistico” predisposto dalle Guardie Rivoluzionarie, sarebbe dunque quello di sopraffare le difese Usa lanciando in simultanea centinaia o migliaia di proiettili in grado di rendere inefficaci i sistemi antimissilistici Patriot e Thaad (Terminal High Altitute Area Defense). Molti di essi sarebbero intercettati, ma un numero sufficiente di vettori esplosivi riuscirebbe a raggiungere i target assegnati. A rafforzare la reazione iraniana, in contemporanea, ci sarebbe l’intervento di Hezbollah, Houthi e milizie irachene, grandi alleati di Teheran. Sotto il fuoco di fila dei membri dell’Asse della Resistenza finirebbero Israele, le basi Usa, le navi nel Mar Rosso e, in Iraq, il personale e le strutture diplomatiche statunitensi.
La fase tre consisterebbe nel lancio di attacchi informatici contro reti di trasporto, infrastrutture energetiche, sistemi finanziari e comunicazioni militari. Un esempio delle capacità iraniane in tale campo si è visto nel 2012 quando gli hacker del regime, attraverso il virus Shamoon, danneggiarono 30mila computer del colosso petrolifero saudita Aramco.
Per l’agenzia Tasnim l’arma più potente dell’Iran rimane quella geografica, e cioè il controllo sullo Stretto di Hormuz attraverso il quale passano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio. Nella quarta fase Teheran non a caso minerebbe proprio le vie d’acqua, attaccherebbe le petroliere con missili e droni e affonderebbe imbarcazioni per bloccare i canali di navigazione. Iniziative che farebbero salire vertiginosamente il prezzo del greggio provocando gravi danni all’economia globale e mettendo sotto pressione gli Stati Uniti e i suoi alleati.
Il terremoto geopolitico ed economico prefigurato da Teheran fa da preludio alla quinta e ultima fase del suo piano. Essa poggia su un’unica considerazione: il regime iraniano non ritiene di poter vincere militarmente ma è convinto di poter rendere la vittoria troppo costosa per Washington. Ed è in base a questo assunto che la Repubblica Islamica spera di riuscire a mettere in campo una reazione militare tale da convincere Trump a fare retromarcia.
Non è chiaro al momento se il piano iraniano sia realistico o se sia frutto della disperazione. Ad ogni modo, la sua pubblicazione a poche ore dall’incontro in Oman non fa che rendere più fitta la nebbia di (quasi) guerra in Medio Oriente.