La competizione tra Cina e Stati Uniti viene oggi letta a Pechino attraverso una particolare lente temporale, ossia come una sfida da vincere nel lungo periodo. È una prospettiva che affonda nelle teorie di Mao Zedong e, in particolare, nel saggio scritto dall’ex leader cinese nel 1938 e intitolato Sulla guerra prolungata, tornato al centro del dibattito pubblico ogni volta che la tensione con Washington cresce. Quando l’amministrazione Trump ha imposto dazi molto elevati contro Pechino, i media di Stato del Dragone hanno non a caso invitato a rileggere quel testo come guida per comprendere la fase attuale dello scontro.
La guerra prolungata di Mao
L’idea di fondo, sintetizzata dal New York Times in concomitanza con il summit pechinese tra Trump e Xi, è semplice: una potenza inizialmente più debole può prevalere se sa attendere, consolidare le proprie forze e trasformare il conflitto in una prova di resistenza. In questa chiave, il tempo diventa uno strumento strategico. Xi Jinping ha più volte elogiato la disciplina, la pazienza e la visione di lungo periodo attribuite a Mao, richiamando la sequenza in tre fasi descritta nel saggio: difesa iniziale, stallo e infine controffensiva vittoriosa.
Ebbene, secondo questa impostazione, la Cina avrebbe già superato la fase puramente difensiva e si troverebbe in una condizione di equilibrio relativo, puntando a rafforzarsi ulteriormente prima di passare alla fase decisiva.
La leadership cinese, insomma, considera l’attuale fase dei rapporti bilaterali non come un momento di distensione stabile, ma come una tregua temporanea all’interno di una competizione di lungo periodo. Il quotidiano statunitense ha infatti sottolineato che Xi vede la rivalità con gli Stati Uniti come una maratona strategica, in cui l’obiettivo principale è guadagnare tempo, accrescere la capacità industriale, tecnologica e militare della Cina e ottenere concessioni tattiche quando possibile.
Così la Cina cerca la “vittoria finale” sugli Usa
Pechino sta rafforzando le proprie relazioni internazionali, ampliando le partnership con paesi di diverse regioni e sfruttando le divisioni tra Washington e alcuni suoi alleati. L’obiettivo del gigante asiatico, in tal senso, non sarebbe l’immediato scontro frontale, ma il progressivo riequilibrio dei rapporti di forza, in modo da presentarsi in futuro con margini più ampi di iniziativa. Altro aspetto rilevante, anche le difficoltà interne - dall’invecchiamento della popolazione al rallentamento della crescita - vengono considerate sfide gestibili dentro una strategia di lungo periodo, piuttosto che ostacoli decisivi.
Sul versante americano, la politica di breve termine e l’attenzione agli effetti immediati rischiano di scontrarsi con una visione così strutturata del tempo strategico. La leadership cinese sembra convinta che l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti stia attraversando una fase di trasformazione, e che le tensioni economiche, tecnologiche e militari offrono spazi di manovra.
La “vittoria finale” evocata da alcuni commentatori cinesi non viene presentata come un evento imminente, ma come l’esito di un processo graduale, costruito attraverso pianificazione industriale, investimenti mirati e consolidamento delle alleanze.
È una strategia che punta a trasformare il vantaggio americano in un fattore temporaneo, confidando che, nel lungo periodo, la combinazione di crescita interna e pazienza geopolitica possa ribaltare gli equilibri. Forse gli Usa farebbero bene a rileggersi Sulla guerra prolungata di Mao.