Russiagate, si riaccende lo scontro negli Usa: Fbi sotto accusa

Il consigliere speciale John Durham, incaricato dall'ex Attorney general Bill Barr di indagare sulle origini del Russiagate, ha testimoniato davanti al Congresso. Le sue parole

Russiagate, si riaccende lo scontro negli Usa: Fbi sotto accusa
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Torna a far discutere John Durham, il procuratore speciale incaricato dall'ex Attorney general William Barr di indagare sulle origini del Russiagate e determinare se via sia stato un "complotto" ordito ai danni dell'ex presidente Donald Trump al fine di dimostrare una "collusione" tra la campagna del tycoon e la Federazione russa prima delle elezioni presidenziali del 2016. Il procuratore, originario del Connecticut, si è presentato nella giornata di martedì davanti alla Commissione Intelligence della Camera e, mercoledì, dinanzi alla Commissione Giudiziaria della Camera. Nel prima caso l'udienza si è svolta a porte chiuse. Durham, come riporta la Cnn, ha smentito possibili ingerenze nelle sue indagini, sottolinendo il fatto che non c'è stata alcuna interferenza politica nel suo lavoro. Ha infatti dichiarato che il procuratore generale Merrick Garland, nominato da Biden, non ha bloccato nessuna delle sue azioni e non si è intromesso nelle sue indagini come invece ha sostenuto Donald Trump in queste ore.

Cosa ha detto Durham

D'altra parte, Durham ha ribadito i contenuti del rapporto finale di 316 pagine e le dure critiche contro l'Fbi, affermando che gli agenti hanno mostrato "pregiudizi" contro Donald Trump e sottolineando che l'apertura di un'indagine per verificare se la campagna di Trump si stesse coordinando con la Russia nel 2016 non stava in piedi. "Né le forze dell'ordine statunitensi né la comunità di intelligence sembrano aver mai avuto alcuna prova effettiva di collusione sin all'inizio dell'indagine Crossfire Hurricane", si legge nel rapporto. Nell'udienza a porte chiuse dinanzi al Comitato Intelligence, Durham ha spiegato ai membri della commissione la necessitò di apportare alcune riforme all'Fbi e del Foreign Intelligence Surveillance Act, nonostante il suo recente rapporto abbia omesso qualsiasi nuova raccomandazione, eventuali incriminazioni comprese. Il procuratore ha infatti dovuto difendersi sia dai democrtici, che non hanno mai visto di buon occhio la sua indagine, sia dai repubblicani che trovano piuttosto deludente il suo lavoro dopo 4 anni, Donald Trump in primis. L'indagine di Durham inchioda l'Fbi, sottolineando che "il personale dell'Fbi ha mostrato una grave mancanza di rigore analitico nei confronti delle informazioni che ha ricevuto, in particolare le informazioni ricevute da persone ed entità politicamente affiliate". In particolare, si è fatto affidamento "su indizi investigativi forniti o finanziati (direttamente o indirettamente) dagli oppositori politici di Trump". Durham critica, in particolare, la gestione opaca dell'ex direttore dell'Fbi James Comey e l'ex vicedirettore Andrew McCabe.

Quell'accusa a Clinton

Nella sua testimonianza, John Durham ha detto un'altra cosa importante: i federali hanno sottovalutato il ruolo di Hillary Clinton e della sua campagna nell'orchestrare il "complotto" contro il tycoon, spiegando che l'Fbi non ha tenuto conto delle informazioni secondo cui Hillary Clinton avrebbe approvato un piano per diffamare l'ex presidente. Il procuratore speciale ha confermato che la Cia aveva ricevuto informazioni sul fatto che la Clinton avesse approvato un piano per lanciare delle accuse di collusion con Mosca contro Trump come mezzo per distrarre l'opinione pubblica dal suo scandalo delle email riservate.

Il procuratore ha detto che l'Fbi non ha "esaminato a sufficienza le informazioni ricevute" e non ha "applicato gli stessi standard circa le accuse ricevute sulle campagne di Clinton e Trump". Il Bureau si è affidato al dossier Steele, "sapendo che probabilmente c'era materiale proveniente da una campagna politica o da un avversario politico".

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