Dal battito d'ala in Venezuela ad una nuova tempesta in Iran? L'arresto di Nicolás Maduro ha infatti sollevato onde geopolitiche che presto potrebbero abbattersi in luoghi ben lontani dal Sud America, con effetti difficili da prevedere. A partire, appunto, dal Medio Oriente dove si moltiplicano i segnali dell'arrivo di una nuova resa dei conti tra gli Stati Uniti, affiancati da Israele, e la Repubblica Islamica, alle prese con nuove manifestazioni nelle sue città a causa dell'aggravarsi delle condizioni economiche del Paese. A tal proposito, riporta il Jerusalem Post, numerose sono le indicazioni che Washington stia valutando di intervenire nelle proteste in corso in Iran. Allo stesso tempo, prosegue il quotidiano israeliano, anche Tel Aviv starebbe valutando se la rimozione del dittatore venezuelano renda possibile un'azione contro il regime degli ayatollah.
L'operazione Usa a Caracas avrebbe sorpreso le autorità dello Stato ebraico a tal punto da stravolgere ogni calcolo politico relativo a quanto sta accadendo a Teheran e dintorni. L'agenzia americana Human Rights Activists riferisce che il bilancio delle vittime delle violenze è salito ad almeno 35 morti. Oltre 1200 le persone arrestate. Se prima del 3 gennaio Israele e gli Stati Uniti non consideravano le manifestazioni in Iran una minaccia, di fatto, alla stabilità del regime, la situazione adesso potrebbe essere ben differente e i funzionari di entrambi i Paesi sarebbero pronti ad esplorare nuove opzioni. "È possibile", scrive ancora il Jerusalem Post, "che gli Stati Uniti ricorrano alla minaccia di usare la forza, o persino ad un uso limitato", per impedire all'ayatollah Ali Khamenei di reprimere il movimento di protesta e dare così ad esso la possibilità di crescere.
Che qualcosa si muova in questa direzione lo conferma la riunione speciale sulla sicurezza presieduta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dopo l'arresto di Maduro e i nuovi avvertimenti di Donald Trump ai vertici del regime islamico. "Stiamo monitorando la situazione molto attentamente" in Iran, ha detto domenica sera il presidente americano parlando con i giornalisti a bordo dell'Air Force One. "Se iniziano a uccidere persone come hanno fatto in passato, penso che saranno colpiti duramente dagli Stati Uniti", ha dichiarato il tycoon rivolgendosi ai leader di Teheran. Un messaggio simile era stato pubblicato poche ore prima dal capo della Casa Bianca sul suo social Truth.
Il regime degli ayatollah avverte la pressione. Che sembra farsi sempre più insostenibile. Secondo "tre alti dirigenti iraniani" citati dal New York Times, la Repubblica Islamica è in "modalità di sopravvivenza". La doppia minaccia interna ed esterna pone le autorità iraniane di fronte ad una sfida complicata e i funzionari del Paese mediorientale avrebbero riconosciuto di avere pochi strumenti a disposizione per affrontarle entrambe. La gravità della situazione è stata ammessa anche dal presidente Masoud Pezeshkian che nelle scorse settimane ha annunciato pubblicamente di non avere "alcuna idea" di come risolvere i numerosi problemi dell'Iran.
Il clima di incertezza che si vive nei palazzi del potere di Teheran è amplificato da due ulteriori indiscrezioni, di segno opposto, arrivate nelle ultime ore. Stando a quanto riferito dal sito libanese Al-Akhbar, nel corso del loro incontro in Florida a fine dicembre, Trump e Netanyahu avrebbero concordato di lanciare un attacco contro l’Iran qualora non dovesse impegnarsi a raggiungere un accordo secondo le condizioni americane.
L'israeliana Kan News ha invece riportato che il premier dello Stato ebraico avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di comunicare all’Iran che non intende attaccarlo. Informazioni contraddittorie che, stendendo una cortina di fumo attorno all'Iran, potrebbero essere parte di un unico e più grande piano volto a destabilizzare, una volta per tutte, il regime islamico.