Quei 21 indizi della nuova inchiesta di Garlasco, che tolgono Alberto Stasi dalla scena del crimine e piazzano Andrea Sempio sul luogo del delitto di Chiara Poggi in quel 13 agosto 2007. Dalle bugie sulle telefonate a casa Poggi, passando per il Dna e l'impronta 33 fino ad arrivare al soliloquio sui video intimi transitati su una Usb, che sarebbero il collante dei "gravi, precisi e concordanti" elementi del castello accusatorio contro Sempio, "mosso nel suo intento omicidiario da un risentimento verso la vittima che aveva rifiutato il suo tentativo di approccio".
Leggendo gli atti della Procura di Pavia, emerge un'indagine che corre sui binari paralleli di quel capo d'accusa iniziale del concorso tra il condannato e l'indagato. In cui l'emergere dei 21 indizi contro il nuovo sospettato ha sgretolato i sette punti della condanna di Stasi. E la ciclopica riscrittura del delitto, opera del pool pavese guidato dal procuratore capo Fabio Napoleone, è stata oggetto di quel racconto investigativo che l'aggiunto Stefano Civardi ha scandito lo scorso 6 maggio all'indagato, giunto a Pavia con l'intenzione di esercitare la facoltà di non rispondere e trattenuto per quattro ore ad ascoltare perché, secondo gli inquirenti, l'assassino di Chiara non può essere Stasi ma soltanto lui. "L'emersione della responsabilità" di Sempio, si legge, "si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità" di Stasi, assumendo una "capacità demolitoria dei fondamenti del giudicato di condanna". Non solo, per la Procura è "fuori di dubbio che qualsivoglia magistrato che leggerà il presente incarto processuale non si confronterà con una ipotesi fantasiosa e astrusa, distante dal senso comune delle cose". Anzi, troverà che a ogni indizio che crolla per Stasi, ne emergono tanti a carico di Sempio, a partire da quel soliloquio che "rafforza ciascuno indizio" e "li lega l'un l'altro facendoli convergere verso l'identico risultato, quello di identificare in Andrea Sempio l'autore dell'efferato delitto". C'è la scoperta di alcune macchie di sangue a V in grado di richiamare i dettagli geometrici delle scarpe di Stasi, "elemento nuovo idoneo a smentire l'assenza delle tracce delle Lacoste indossate da Stasi sul luogo del delitto, rendendo così provata la premessa minore del sillogismo giudiziale in ordine alla falsità del racconto di Stasi scopritore", ovvero che "non si può attraversare la scena del delitto senza lasciare tracce, Stasi non ha lasciato tracce, quindi Stasi ha mentito". Di contro le misure antropometriche di Sempio, che sostiene di indossare calzature numero 44, restituiscono la compatibilità con una scarpa 42-43, in linea con quell'orma a pallini di una Frau 42 che oggi, grazie alle più avanzate tecnologie, "si ritiene che non sia possibile determinare con certezza tipo di calzatura e di conseguenza la taglia che aveva lasciato le impronte sulla scena del crimine". C'è la palmare 33 sul muro della cantina attribuita per 15 minuzie a Sempio, in perfetta sintonia spaziale con la nuova orma insanguinata rilevata sul gradino zero. La 33 "faceva senso" e fu "impressa da una mano bagnata" non "semplicemente di acqua", come indica la reazione alla "ninidrina", e il fatto che fosse "visibile prima che il Ris spruzzasse" la sostanza. E ancora il dna sotto le unghie della vittima, "compatibile" con Sempio ma "incompatibile" con Stasi, rafforzato ora dalle risultanze medico-legali che accertano come Chiara si sia difesa strenuamente durante la "crudele" aggressione.
Ventuno, i nuovi indizi che inchioderebbero Sempio e scagionerebbero Stasi, creando una situazione che il Guardasigilli Carlo Nordio ha definito "paradossale" e che "nasce da una legislazione che secondo me dovrebbe essere cambiata, ma sarà molto difficile cambiarla, per la quale una persona assolta in primo e in secondo grado, può poi senza nuove prove, essere condannata".