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Casa agli uomini, abiti e gioielli alle donne. Il testamento Murgia archivia le lotte Lgbt

Le ultime volontà della scrittrice alla fine ricalcano l'odiato "patriarcato"

Casa agli uomini, abiti e gioielli alle donne. Il testamento Murgia archivia le lotte Lgbt

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Forse Dio è davvero femmina, e perfino femminista, ma veste ancora di rosa. A dircelo è Michela Murgia, proprio lei, che ha sostenuto l'abolizione del genere anche in grammatica in nome dello schwa e della presunta libertà di non incasellarsi in una categoria; libertà che poi diventa il paradossale orgoglio di finire incastrati in un'altra definizione, però nuova, mica tradizionalista o maschilista: è una autoprigione che ci si è costruiti da sé, e quindi va benissimo... Ed è così, di definizione in definizione, di campagna in campagna, che si arriva all'eredità che uno lascia. E Michela Murgia, morta il 10 agosto scorso, ha giustamente programmato a chi dovessero restare i suoi averi nel dettaglio. Le anticipazioni sul testamento, apparse ieri sulla Stampa, rivelano come la sua volontà sia stata, fino all'ultimo, di lanciare un messaggio politico; ma riservano qualche sorpresa «di genere».

Al marito, sposato prima di morire, andrebbe metà dell'eredità, come di consueto. Poi ci sono i «figli d'anima» (non «figlie»), che sono quattro, ai quali andrebbe la casa di Roma: e qui c'è l'elemento politico chiaro, la volontà di far prevalere la legge «del cuore» su quella del sangue, il diritto di lasciare i propri beni a chi si ama e non a chi sia legato a noi per meri vincoli parentali. Niente di sorprendente, anzi: si tratta di una battaglia legittimamente condotta dalla Murgia fino alla fine (e che non è detto abbia successo: l'erede legittimo potrebbe sempre impugnare il testamento). Però poi... Pare che all'amica Chiara Tagliaferri toccherà il compito di distribuire il contenuto dell'armadio della Murgia. Perché proprio una donna dovrebbe occuparsi di vestiti, scarpe e accessori vari? Non si capisce, o meglio, non si capisce nel mondo di God save the queer & affini... E non si capisce neanche perché a un'altra donna, Patrizia Renzi, debbano andare i gioielli e la bigiotteria. Non fosse un testamento a prova di schwa, su tutto ciò aleggerebbe l'ombra del pregiudizio, della terribile ricaduta nell'odiata divisione dei generi, della patriarcale presunzione che alle donne, di solito, piacciano vestiti e gioielli, che tutto ciò che riguarda il cuore sia più femminile e perfino, oddio, che lo sia anche un po' di frivolezza.

Questo, però, nel mondo delle microprigioni

linguistico/concettuali in cui qualcuno vuole infilarci, dicendo che così siamo liberi. Poi, per fortuna, possiamo cercare di esserlo davvero, sbagliando da soli. E sperare che Dio, vestito come gli pare, ci salvi tutti...

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