Chi è il deputato che vuole imporci la dottrina arcobaleno

Alessandro Zan, omosessuale e attivista Lgbt+, ex Sel ed ex renziano, è il primo firmatario del ddl sull'omofobia

Chi è Zan, padre del Pride "vietato agli omofobi" che vuole imporre il suo ddl

È il deputato del momento, il cognome che tutti usano e pochi comprendono. Alessandro Zan, onorevole Pd, paladino dei diritti Lgbt. Prima che il disegno di legge sull’omofobia di cui è firmatario diventasse terreno di scontro politico, non è che fosse davvero noto al grande pubblico di stirpe non veneta. Sul sito dei deputati Pd, in teoria vetrina ufficiale per gli onorevoli eletti sotto le insegne dem, la sua pagina è praticamente bianca. Inoltre non ha un sito ufficiale e di ritratti lui dedicati ne esistono ben pochi.

Chi volesse conoscerlo un po’ deve spulciare su Google per trovare una vecchia pagina del sito del gruppo parlamentare Pd. Nella foto Alessandro è senza barba, quella che ora invece lo identifica insieme al capello tirato all’indietro. Dicono sia un bell’uomo. Tanto che sotto la foto profilo di Facebook, un follower apprezza e scrive: “Comprendo perché è nato il gruppo a sostegno chiamato ‘Le bimbe di Zan’”. Si tratta probabilmente di una boutade (non ce n'è traccia), anche perché sarebbe un controsenso: Alessandro è omosessuale dichiarato, anzi fiero. Nel 2016 un suo intervento alla Camera fece spellare le mani ai colleghi di partito quando raccontò di come i genitori abbiano accettato e sostenuto il suo outing senza problemi.

Nato a Padova, classe 1973, la militanza politica inizia sin dalle superiori. Prima si avvicina ai movimenti per la pace, poi sposa la bandiera arcobaleno per le battaglie Lgbt. Organizza manifestazioni per i diritti civili, va in piazza, si fa sentire. Ma soprattutto nei primi anni Duemila s’inventail “Kiss2Pacs”, una sorta di gaia slinguazzata collettiva in piazza, e i cosiddetti “pacs alla padovana”, il primo registro anagrafico per le coppie di fatto aperto ai gay. Negli anni è stato presidente dell’Arcigay Veneto e ancora oggi risulta tra i soci benemeriti del circolo Tralaltro Arcigay di Padova. Inoltre non nasconde di essere tra i fondatori dell’enorme Padova Pride Village, il tempio della cultura e del divertimento Lgbt+, una manifestazione estiva vietata agli omofobi (ma ce l’hanno scritto in faccia?) che dura da giugno a settembre e che - dicono i politici locali - “ha surclassato tutte le altre manifestazioni gay”. Zan non è solo ancora oggi un fervido sostenitore del “più grande evento Lgbt+ d’Italia”, ma risulta essere anche azionista di maggioranza al 52% della Be Proud srl, cioè la società che si occupa di organizzarne i dibattiti. Lui all’Espresso ha assicurato di non aver “alcun ritorno economico” né compensi per il ruolo di amministratore unico di una società “che non fa alcun tipo di utile”. Ma certo essere a capo di un evento da 200mila visitatori all’anno non è roba da poco, anche in termini di ritorno elettorale.

Eletto per la prima volta consigliere comunale nel 2004 nelle liste dei Ds, a Padova è stato anche assessore al lavoro, all’ambiente e alla cooperazione internazionale in quota Sel, il partito di quel Nichi Vendola che 1996 provò a far passare una legge simile all'attuale ddl. Di quegli anni, dal 2009 al 2013, Zan ricorda lo sforzo fatto per installare pannelli fotovoltaici in città (ammazza) e per aver incrementato il flusso di racconta differenziata (arrabbiete). La prima volta alla Camera risale al 2013, dove entra subito dopo essersi dimesso dall’assessorato. Eletto nella lista di Sel, uscirà poco dopo dal partito per finire nel gruppo Misto e appoggiare la salita a Palazzo Chigi di Matteo Renzi. I suoi avversari lo definiscono un “renziano che, appena l’ex premier è andato in vacca, ha smesso di essere renziano”. Nel novembre del 2014 confluisce nel Pd, dove ancora oggi risiede senza più travasi partitici. Pochi mesi prima, secondo quanto racconta una fonte padovana, “aveva partecipato alle primarie di coalizione di sinistra per la scelta del sindaco, d’accordo con l’uomo scelto dal Pd, Ivo Rossi, al solo scopo di portare via voti al vero avversario di Rossi, tale Roberto Fiore, esponente dell’area riferibile a coalizione civica”. Questo suo “gesto di lealtà verso il Pd”, sostengono i detrattori, “è stato ovviamente premiato” con l’accoglienza nel partito e “con la successiva ricandidatura in Parlamento”. Solo malelingue?

La collega Alessia Rotta lo definisce un “grande lavoratore”, “attento”, “empatico”, “garbato” e “generoso”. Uno che in Parlamento si è “sempre occupato del tema dei diritti omosessuali” e che ora col ddl Zan “mantiene un cammino coerente”. Parole smielate, e ci saremmo sorpresi del contrario. Anche perché oggi dalle fila piddine Zan muove la sua battaglia politica contro la Lega per approvare il “suo” disegno di legge e tutti i colleghi gli danno corda. E poco importa se sull’argomento la maggioranza è spaccata, quasi a rischio tracollo; poco importa se la Cei e i cattolici chiedano di rivedere il testo, spaventati dal rischio che possa essere il cavallo di Troia del gender e dell’utero in affitto nelle scuole; poco importa se anche giuristi, politologi, femministe e arcilesbiche siano contrari all’introduzione per legge del concetto di “identità di genere”. Lui è “molto determinato” e “convinto delle proprie ragioni”. E infatti l’idea di mettere mano al suo testo non lo entusiasma: “La politica decida, o approvare questo testo oppure presentare migliaia di emendamenti per affossarla”, dice perentoreo. Il compromesso ci sarà? Difficile immaginarlo, viste le ultime dichiarazioni. Nei giorni scorsi, per dire, Zan ha affermato che in Italia “i gay dalla destra sono ancora visti come persone diverse, da curare”, quando esistono esponenti omosessuali (e pure elettori) che militano in Lega e FdI. Non proprio il miglior modo per trovare una mediazione.

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