"La lotta è adesso". Con questo slogan, il centro sociale Magazzino 47 di Brescia ha organizzato un incontro presso la sua sede mercoledì per spingere il No al prossimo referendum sulla giustizia. È la rappresentazione plastica dell'ipocrisia della sinistra a ogni livello: gli antagonisti del sistema, i sostenitori dei sistemi anarchici e contrari a ogni norma e legge ora si muovono per sponsorizzare un referendum, che è l'espressione massima della democrazia da loro tanto osteggiata. Ma al di là di questo, l'aspetto ancora più peculiare di questa vicenda è la presenza di un giudice del tribunale di Brescia, Luciano Ambrosoli, alla stessa assemblea pubblica.
Se il tema è il referendum sulla giustizia, la scelta dell'interlocutore non è mai neutra e partecipare a un'assemblea organizzata da un centro sociale per perorare la causa del No significa, nei fatti, legittimare realtà che non tollerano le regole di una società civile e, contemporaneamente, schierare la funzione giudiziaria sotto una bandiera di parte. Per altro, gli stessi esponenti del Magazzino 47, solo poche settimane fa, hanno partecipato a un presidio davanti alla Questura di Brescia insieme ad altre sigle dell'antagonismo militante per protestare contro il questore Paolo Sartori, contestato perché, semplicemente, fa il suo lavoro e fa rispettare la legge senza concedere trattamenti di favore.
"Referendum Giustizia: votiamo no", è il titolo dell'assemblea pubblica che, oltre al giudice, vede la presenza anche dell'avvocato Sergio Pezzucchi, legale del movimento. Il centro è uno degli storici centri sociali del Nord Italia, legato a doppio filo con la storia del Leoncavallo di Milano. "Magazzino 47" occupò uno spazio nel '93 proprio a seguito di uno degli sgomberi che hanno coinvolto il centro sociale milanese. La presenza del giudice Ambrosoli negli spazi autogestiti dal "Magazzino 47", in via Industriale 10 a Brescia, solleva interrogativi importanti sull'opportunità della presenza di un esponente della funzione pubblica, che dovrebbe restare marcatamente distante dalle faziosità della piazza più estrema. Che il giudice assuma una posizione netta sul referendum è lecito e legittimo, che però poi la esponga in un'assemblea organizzata da un centro sociale è un'altra cosa. E così, mentre i cittadini chiedono una giustizia efficiente, rapida e soprattutto imparziale, una parte delle toghe sceglie i salotti dell'antagonismo militante, intolleranti a tutto ciò che sono regole e ordine, per fare propaganda contro la riforma della giustizia.
Questo asse tra antagonisti e toghe è una novità nel panorama italiano, che conferma la saldatura di realtà diverse per rafforzare la propaganda contro la riforma della Giustizia.
Ma tutto questo trasforma il referendum in una battaglia ideologica, dove il merito delle questioni passa in secondo piano a fronte di opportunistiche ragioni politiche: si dimostra come dalle parti del No si sia pronti a tutto per recuperare qualche preferenza. E così, dopo le piazze organizzate dagli antagonisti in tutta Italia, ecco il giudice che affianca i centri sociali.