"Voto sì al Referendum. In Italia se voti no diventi un testimonial, se voti sì sei un lacchè". Le parole del conduttore di Bellamà, Pierluigi Diaco, continuano a far rumore.
"Questa narrazione è talmente insopportabile che pago volentieri il prezzo di essere liquidato come 'l'amico di, il servo di' e via dicendo, ha detto pochi giorni fa, lasciando intendere che i personaggi pubblici che si espongono a favore del sì al referendum rischiano l'ostracismo da parte dei colleghi, perlopiù politicamente schierato per il no in funzione anti-Meloni. D'altronde chi vota sì fa parte di uno schieramento largo e non ideologico ma chi, tra il mondo dello spettacolo e del giornalismo, dichiara di votare no è destinato a stare in quella eterna confort zone chiamata 'salvatori della patria', aveva sentenziato Diaco. Un punto di vista che ieri è stato condiviso da Fiorello durante la puntata de 'La Pennicanza'. Non c'ha tutti i torti secondo me, secondo me eh'', ha detto il noto showman riferendosi, appunto, a Diaco. Una mosca bianca rispetto alla marea di artisti di sinistra che hanno risposto all'appello del centrosinistra tanto che Fiorello esclama: ''Con Diaco abbiamo trovato uno che si schiera per il Sì al Referendum. Una presa di posizione che è costata cara al conduttore, vittima di uno shitstorm sui social. 'Servo'', "leccaculo'', ''sempre stato una merda'', ''I gay fascisti come lui andrebbero'', sono stati gli insulti più educati. In sua difesa è intervenuto il vicepremier Antonio Tajani che su X ha scritto: Sono solidale con Pierluigi Diaco per le minacce e i gravi insulti, anche omofobi, che sta subendo soltanto per aver detto che voterà SÌ al referendum sulla giustizia. La libertà di espressione è l'essenza della democrazia, così come rispettare le opinioni altrui. Chi vota SÌ conclude - non deve aver paura di dirlo, anche questa è una forma di giustizia. Un clima che ha spinto ben pochi vip a trovare il coraggio di dichiarare apertamente il loro voto favorevole alla riforma, fatta eccezione Beppe Signori, Andrea Bocelli, Fausto Leali, Michele Placido e Massimo Boldi che sul Giornale hanno espresso il loro sì convinto.
Poi, c'è chi come Amedeo Minghi ha scelto di pubblicare su Facebook un post con la lista dei Paesi in cui è presente la separazione delle carriere e quella in cui vi è ancora l'unificazione di giudici e pubblici ministeri sotto uno stesso Csm. Da una parte, come è noto, ci sono le liberal-democrazie occidentali come per esempio la Germania, la Spagna, gli Usa e dall'altra ci sono Paesi non democratici come l'Iran, la Cina, il Venezuela.
Una foto che è diventata virale tra i sostenitori del Sì e che Minghi ha modificato aggiungendo la scritta: "Così è più chiaro". Un messaggio che è stato commentato da moltissimi followers che hanno attaccato il cantante, per il solo fatto di aver condiviso la riforma.