Ma certo che riparleremo della banalità del sorteggio che è già normalità al Tribunale dei ministri o al concorso per magistrati, e sì, ovvio che riparleremo delle carriere già separate nei Paesi normali che non lo sono in quelli anormali (come il nostro) e sicuro, potete giurarci che racconteremo sempre nuovi casi di ingiustizia e impunità (delle toghe) come facciano da decenni: spiegheremo il lato tecnico di un referendum che nasce tecnico, come no, ma non è che possiamo vendervelo solo così, come un quesito per addetti ai lavori, come qualcosa che si occupa di questa cosa ma non di quest'altra, cadere, ossia, nella trappola di chi non vuole ammettere che il punto vero è se vogliamo modernizzare questo Paese oppure no, di chi non vuole ammettere che persiste un solo e smisurato "potere" che non è stato mai riformato dal Dopoguerra. Bisogna dire la verità. Bisogna ammettere che questo è un referendum sulla magistratura o contro la magistratura, fa lo stesso, non contro un gruppo di persone di per loro (le brave persone sono dappertutto) ma contro un assetto, una corporazione, un sistema di potere, un peso senza contrappeso, una zavorra per lo Stato di diritto e nondimeno per l'economia, un freno allo sviluppo e all'attrazione di capitali.
Lo spiegò Mario Draghi da neo presidente del Consiglio: "La Giustizia è condizione indispensabile per lo sviluppo economico e per un corretto funzionamento del mercato", ma la sua Riforma Cartabia poté pochissimo, perché fu chiaro, da subito, che almeno un paio di articoli della Costituzione erano scogli insormontabili: il 104 ("la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere") e il 105, "spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari". Già la Costituente riconobbe che un totale autogoverno della magistratura avrebbe significato creare uno Stato nello Stato, una casta intangibile. Sino a oggi è andata così. Facciamola finita.